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	<title>Fulco Pratesi &#187; L&#8217;eleganza del riccio</title>
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		<title>La morte ecologica</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 11:05:41 +0000</pubDate>
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In effetti, basta parlare di morte a qualcuno, che subito “fa le corna” o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei personaggi del recente best seller di Muriel  Barbery, L’eleganza del riccio,  afferma: “Gli adulti hanno un rapporto isterico con la morte, diventa un affare di stato, fanno un sacco di storie, e dire che è l’evento più banale del mondo”.<br />
In effetti, basta parlare di morte a qualcuno, che subito “fa le corna” o ci risponde (almeno a Roma) con un esplicito “Famme toccà” (cioè “fammi toccare”) accompagnando le parole una grattata di testicoli a scopo apotropaico (vulgo, scaramantico).<br />
Per tutti, la morte è il male estremo. Invece io credo che per chi si sia comportato passabilmente bene durante la vita, il termine di essa (come per uno studente che ha studiato) sia paragonabile all’esame finale che apre, se promossi, un periodo di serenità. <span id="more-35"></span><br />
Per chi credente non è, la dipartita si può assimilare al momento felice in cui, dopo una giornata di fatica, ci si addormenta in pace.<br />
Se invece si è credenti, la morte non avrebbe altro significato che la liberazione dell’anima immortale dall’involucro perituro, fonte di concupiscenza e depravazione, e inizio della “miglior vita”.<br />
Ma credo che queste mie tesi non convincano altro che me stesso. Basta vedere i paramenti violetti, i lugubri canti e le cupe cerimonie che accompagnano i funerali religiosi, i quali dovrebbero essere invece feste gioiose visto che lo scomparso è finalmente in procinto di tornare alla casa del Padre. Parliamo ora della sorte del corpo mortale dopo il decesso.<br />
La forma ecologicamente migliore per tornare alla Madre Terra  (quia pulvis est et in pulvis reverteris) sarebbe quella di essere seppelliti, senza l’ingombro e l’ostacolo della cassa da morto, in piena terra, meglio se in un bosco ove gli elementi costituenti del nostro cadavere (ossigeno 66%, carbonio 17%,m idrogeno 10%, azoto 2%, calcio 1%, fosforo 0,9%, cloro 0,14%, fluoro 0,007%, zolfo 0,2%, sodio 0,15%, potassio 0,4%, magnesio 0,05%, ferro 0,04%, iodio e manganese in tracce) possano tornare nel ciclo della natura e fertilizzare la vegetazione soprastante.<br />
Ma questo, per numerose inflessibili norme di polizia cimiteriale, è oggi vietato.<br />
E allora pensiamo alla bara.<br />
Oggi questi estremi contenitori sono dei veri divoratori di risorse. Intanto il materiale: pare che non ci sia un funerale dignitoso che non preveda sarcofagi nei più pregiati legnami, sottratti per la maggior parte alle già troppo saccheggiate foreste tropicali. Legnami, oltretutto, vista la loro destinazione, non più riutilizzabili, come perso per sempre è anche lo zinco dell’interno, un metallo che secondo gli esperti é in via di esaurimento.<br />
Date queste premesse, un funerale veramente ecologico richiederebbe casse di truciolato o di legno comune (pioppo, abete o pino), certificato FSC (Forest stewardship Council), le quali  una volta interrate, si decomponessero rapidamente.<br />
Chi non voglia finire sottoterra e consideri tristi i loculi e i geometrici “fornetti” con lapidi e foto, può scegliere la cremazione.<br />
Oggi che é finalmente consentito di spargere le ceneri dei propri cari (previa autorizzazione) nei luoghi che essi amavano, la cremazione significa risparmio di zinco (non accettato nei forni) e di uso del suolo (in 10 metri quadri possono entrare solo quattro bare ma 200 urne cinerarie).<br />
Ma anche un danno ecologico non trascurabile considerando l’uso del gasolio e i fumi che fuoriescono dalla ciminiera del crematorio.<br />
In una mia rubrica uscita nel 1986 sulla rivista La Nuova Ecologia descrivevo, per restare in argomento, il rito funebre usato dalla setta dei Parsi, di religione Zoroastriana.<br />
Questo culto orientale non tollera che le forze della natura (fuoco, acqua, suolo, aria) siano contaminate dai cadaveri. Così depongono i loro morti in cima a un’alta torre (Torre del Silenzio) e li lasciano agli uccelli rapaci &#8211; avvoltoi soprattutto, ma anche nibbi, poiane, corvi, addirittura storni &#8211; che in poche ore li distruggono completamente. La recente grave morìa di avvoltoi in India ha costretto addirittura la setta a investire 200.000 euro l’anno per l’acquisto di esemplari da addestrare all’ecologica pietosa opera. <br />
In quell’articolo suggerii, paradossalmente, di organizzare un simile trattamento in una zona della Sardegna ove vivevano (e vivono ancora) diversi avvoltoi grifoni. La proposta sollevò feroci critiche e le reprimende dei benpensanti. Ma ci fu qualcuno che mi chiese timidamente se l’ipotesi potesse essere concretizzata e se fosse possibile contribuire. Anche perché &#8211; mi diceva &#8211; meglio essere mangiati dagli uccelli che dai vermi<br />
Un’idea che può trovare, incredibilmente, dei seguaci.<br />
Ad esempio, nel gennaio 1988, l’ornitologo inglese Micky Lindbergh, vissuto in Sudafrica, si suicidò dichiarando di voler offrire il suo corpo a una locale colonia di avvoltoi che aveva da anni adottato. <br />
Per non parlare del caso (riportato dal Corriere della Sera del 23 gennaio 1987) di Lord Avebury, noto politico liberaldemocratico, il quale aveva stabilito che, una volta morto, i suoi resti fossero distribuiti tra gli ospiti del canile municipale di Battersea. “Credo che ogni cosa biodegradabile debba essere riciclata – ha spiegato il Pari d’Inghilterra – la normale sepoltura o la cremazione sono un terribile spreco”.</p>
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		<title>Trasgressione</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2009 15:31:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Com’è bella la trasgressione! In un mondo, soprattutto nel nostro felice Paese, così ordinato, così ligio alle regole, così omologato e grigio, poter ogni tanto trasgredire alle norme porterebbe un vero soffio di vitalità e di allegrezza.
Ci sono dei tipi di trasgressione che danno veramente sapore alla vita. Pensate ad esempio, all’abbigliamento. In un panorama [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Com’è bella la trasgressione! In un mondo, soprattutto nel nostro felice Paese, così ordinato, così ligio alle regole, così omologato e grigio, poter ogni tanto trasgredire alle norme porterebbe un vero soffio di vitalità e di allegrezza.<br />
Ci sono dei tipi di trasgressione che danno veramente sapore alla vita. Pensate ad esempio, all’abbigliamento. In un panorama intristito da masse di persone in doppio petto scuro, con tetre cravatte e scarpe nere che affollano metropolitane e piazze, stadi e discoteche, la scelta trasgressiva dello stilista che ha inventato il marchio Diesel, ci conforta e ci esalta come una felice novità.<span id="more-25"></span><br />
Sentite. “In azienda quasi tutti lo chiamano Renzo e vestono come se mai avessero visto un abito formale o, tragedia, un tailleur: jeans consunti e stivali, canotte una sull’altra, microgonne spericolate, bermuda flosci”. L’uomo, Renzo Rosso, narra di aver portato la cravatta solo tre volte nella vita: prima comunione, matrimonio, festa dei quarant’anni (la quarta, stando a questo ritmo, sarà sul letto di morte, speriamo tra cent’anni). Nemmeno per i pranzi in Mediobanca (ha confidato ad una rivista femminile) ha mai indossato qualcosa di diverso da maglietta e jeans. E, infischiandosene di quanto scriveva quel conformista di Pier Paolo Pasolini &#8211; che definiva questi splendidi e trasgressivi pantaloni “un feticcio dell’omologazione di massa” – ha dichiarato “Li ho messi anche per andare al Quirinale &#8211; (immaginiamo lo sconcerto dei corazzieri, n.d.r.)- e Montezemolo, che era presente, fece segno di ok”. Un comportamento davvero intrepido (sostenuto inaspettatamente da un autentico arbiter elegantiarum come il presidente della Fiat) che sicuramente contribuirà alla diffusione di questo raffinato e ancora poco noto indumento, di cui, ha confessato, possiede almeno un centinaio di capi.<br />
 Così anche l’idea di decorarsi con tatuaggi e rivetti metallici avvitati in tante parti del corpo come ad esempio i glutei o i monti di Venere (i quali si presentano ancora per la maggior parte malinconicamente privi di questi fantastici e trasgressivi ornamenti) rappresenta una provocazione che non mancherà di troverà seguaci tra i giovani, ancora purtroppo legati a schemi di comportamento senza fantasia e inventiva.<br />
E come non plaudire alla trasgressione che molti artisti di strada, nelle compiacenti ore notturne, operano contro il grigiore di palazzi, monumenti, chiese e mezzi pubblici?<br />
Anche qui si spera che tali stupende firme, affreschi e motti, tracciati ancora sporadicamente in poche località da intrepidi writer, trionfino apportando una ventata d’immaginazione e di bellezza nelle nostre città oppresse da un inaccettabile lindore.<br />
Altra trasgressione che non si può non salutare con gioia, è infine quella legata a tutta una serie di allegri comportamenti come le espressioni di vitalità giovanile che si realizzano nell’infrangere con lanci gioiosi le bottiglie di birra sugli squallidi marciapiedi dei centri storici, nella distruzione di panchine e lampioni, pensiline e vagoni di autobus, treni e metropolitane, considerati simboli di un’ inaccettabile omologazione di massa, nemica del bello e della novità.</p>
<p>Dopo questa ironica e paradossale apertura, passiamo alle cose serie.<br />
Io sono convinto che il degrado crescente del nostro habitat (soprattutto quello urbano) sia legato a  mode e comportamenti che spesso partono proprio dall’abbigliamento. Ci sono individui, non certamente indigenti, i quali si beano nell’indossare pantaloni sdruciti e rovinati a bella posta (addirittura in fabbrica !) e costosissime felpe e giubbotti &#8211; firmati da furbi stilisti &#8211; che un autentico barbone si rifiuterebbe di toccare. La saggia protagonista del recente best seller “L’eleganza del riccio” dice a questo proposito “se c’è una cosa che proprio non sopporto è questa perversione dei ricchi di vestirsi come poveri”.<br />
Come si può pensare che questi personaggi possano astenersi dal trasferire il loro amore per il brutto e lo squallore in tutto ciò (monumenti, palazzi, parchi) che li circonda?<br />
E non parlo del fatto, ancora più deprimente, che esistono persone in vista che non esitano a difendere i “graffiti” (e magari anche le incisioni sui vetri dei mezzi pubblici, i sedili imbrattati e rovinati, i cartelli stradali coperti d’ignobili autoadesivi) in nome di una ormai stantia e superata ammirazione della creatività degli artisti della bomboletta e del pennarello, rendendosi complici di un inaccettabile vandalismo.<br />
Credo che una ‘trasgressione’, questa volta meno aggressiva, potrebbe essere quella di iniziare, (soprattutto i giovani, portatori e vittime di mode istigate da abili e spregiudicati stilisti e discografici) ad un rifiuto del brutto, del trasandato, dello sciatto, del fastidioso, ad iniziare dall’abbigliamento &#8211; che potrebbe diventare, “trasgressivamente”, decoroso e  tranquillo &#8211; per finire con la musica.<br />
 Non propongo, ci mancherebbe, di suonare nei supermercati e nelle metropolitane Wagner o Strawinsky,  ma sicuramente Mozart e Vivaldi i quali &#8211; oltre a rasserenare gli animi (lo si è visto negli allevamenti ove al suono del clavicembalo e  del flauto mucche e galline producono di più) -  non assillerebbero, come le musiche “di batteria”, le orecchie di chi non ama i rumori, come definiva la musica  moderna il padre del protagonista del romanzo di Enrico Brizzi “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.</p>
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