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	<title>Fulco Pratesi</title>
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	<description>il blog di Fulco Pratesi</description>
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		<title>L&#8217;acqua sulla luna e la ricerca del senno perduto</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 09:28:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il fatto che sulla Luna si sia trovata dell’acqua (sia pure sotto forma di ghiaccio sporco e inquinato, in fondo a inaccessibili crateri con una temperatura di 150 gradi sottozero) ha riacceso i sogni di tanti che già vedono la realizzazione di colonie lunari abitate da astronauti che da lassù osserveranno quasi permanentemente la Terra.
C’è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto che sulla Luna si sia trovata dell’acqua (sia pure sotto forma di ghiaccio sporco e inquinato, in fondo a inaccessibili crateri con una temperatura di 150 gradi sottozero) ha riacceso i sogni di tanti che già vedono la realizzazione di colonie lunari abitate da astronauti che da lassù osserveranno quasi permanentemente la Terra.<br />
C’è quindi da sperare che i coloni selenitici, epigoni di Astolfo che sulla Luna andò per recuperare il senno perduto dal paladino Orlando, possano, ancor meglio di chi è ancora  legato al nostro Pianeta, constatare gli oltraggi ai quali esso è sottoposto da parte del genere umano.<span id="more-125"></span>Alla vista delle nuvole di smog che stanno obnubilando l’Asia, degli incendi e dei diboscamenti che divorano le selve, degli ammassi di rifiuti e di plastica che coprono vaste aree dell’Oceano Atlantico, essi cominceranno forse a rendersi conto di quali debbano essere, aldilà di sogni astrali impervi e costosi, i veri obbiettivi dell’uomo.<br />
Obbiettivi rivolti, più che a fughe in avanti alla ricerca di altri per noi invivibili pianeti, a rendere più tutelata e rispettata la Terra, che l’uomo continua  a considerare solo un bene da utilizzare. E spreme dalle sue viscere fluidi e minerali  accumulati in milioni di anni, trasforma la sua superficie in deserti sterili, copre di croste di cemento e  asfalto le coste, le pianure e i terreni agricoli, per saziare la bulimica fame consumistica dei paesi più sviluppati e sostenere la crescita demografica irrefrenabile di quelli in via di sviluppo.<br />
 Rallentare l’avanzata dei deserti, conservare i polmoni verdi delle fasce tropicali, favorire un’agricoltura più vicina alla natura e alle tradizioni locali, frenare l’occupazione del suolo da parte delle costruzioni – spesso esuberanti rispetto alle esigenze della popolazione &#8211; possono essere obbiettivi forse meno esaltanti ma sicuramente più utili anche per le generazioni future, se è vero che il pianeta  non ci appartiene ma ci è stato dato in prestito da chi verrà dopo di noi.</p>
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		<title>L&#8217;inferno dei telecomandi</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 11:26:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“La televisione produce violenza e la porta in casa dove altrimenti violenza non ci sarebbe” .  (Karl Popper)
Oramai la mafia (camorra? n’drangheta? Sacra corona unita?) delle televisioni sta prendendo, come le altre consorelle (rifiuti, sanità, politica) il sopravvento. E, con essa, un viluppo schifoso e inestricabile di fili elettrici e di telecomandi.
Scherzi a parte, a mia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“La televisione produce violenza e la porta in casa dove altrimenti violenza non ci sarebbe” .  (Karl Popper)</p>
<p>Oramai la mafia (camorra? n’drangheta? Sacra corona unita?) delle televisioni sta prendendo, come le altre consorelle (rifiuti, sanità, politica) il sopravvento. E, con essa, un viluppo schifoso e inestricabile di fili elettrici e di telecomandi.<br />
Scherzi a parte, a mia moglie e a me la televisione andava benissimo così come la conoscemmo ai nostri verdi anni: 21 pollici, bianco e nero, solo canali RAI. Non ci serviva altro e passavamo serate bellissime col Musichiere e Lascia e Raddoppia, TV7 e i primi programmi “ecologici”.<br />
Poi venne la fregola del televisore a colori.<span id="more-121"></span>Resistemmo, un po’ al seguito di chi considerava la TV a colori un inutile spreco anche  quando già in tutta Europa il video a colori imperversava.<br />
Potemmo resistere un po’. Ma i figli s’imposero e il televisore a colori s’ introdusse nel nostro salotto. Grande, ingombrante, simpatico.<br />
Per anni e anni, perdonandogli qualche defaillance (peso e invadenza in un soggiorno piuttosto esiguo, strani segni bianchi sul video, numeretti verdi che apparivano e scomparivano eccetera) lo tenemmo fino alla fine del suo tubo catodico. Durante la sua esistenza arrivò il primo, magico, telecomando (Il N.1). Ricordo ancora, molti anni fa, come m impressionò il telecomando che vidi nelle mani del grande Antonio Cederna. Appassionato com’era di programmi culturali e anche di partite di pallone, i tasti del suo attrezzo erano lustri e consumati come il pomo della sella di un navigato cowboy.<br />
Per anni ci godemmo la TV in compagnia dei figli e della nostra fauna domestica.<br />
Poi i figli crebbero, ebbero le loro case e i loro televisori e Fabrizia e io restammo soli col cane e col gatto.<br />
Ma il progresso tecnologico incalzava.<br />
Così, credendoci ansiosi di novità, l’affetto e la generosità dei figli ci portò in casa un nuovo arrivato: SKY col padellone antennifero. Il tutto corredato da un meraviglioso schermo grande e piatto. Sulle prime avemmo problemi con la parabola: il proprietario dell’attico non consentiva che i suoi paesaggi fossero appesantiti da antenne voluminose. La sistemammo sul terrazzino, che acquistò subito l’aspetto di uno dei tanti balconi del Terzo Mondo in cui la fungaia delle antenne satellitari costituisce un elemento obbligatorio.<br />
Con Sky giunse un altro telecomando (il N°2) e un apparecchietto che serviva a captare i programmi di questa emittente.<br />
Arrivarono  i nipotini. E allora come si fa, violando i nostri solidi principi tesi ad evitare ai pargoli l’inquinamento televisivo, a non fornirgli le Murdoch, Mucon i cartoni animati? Ed ecco che un altro aggeggio con relativo telecomando (il N°3), andò a sovrapporsi a quello legato ai programmi di Murdoch.<br />
 Ma il progresso corre inesorabilmente e si fatica a stargli dietro.<br />
Il videoregistratore (con le storie di Babar e di Paperino) divenne però a un certo momento, superato. Le cassette non andavano più bene e si doveva passare ai dischetti.<br />
La piramide di aggeggi piatti e argentati continuò a crescere in maniera preoccupante. Ecco il lettore DVD. Nel vaso da fiori sul tavolino che conteneva i telecomandi, ne arrivò un altro (N°4).<br />
Intanto, nascosto dietro il televisore, il lubrico aggrovigliarsi di fili neri proliferava orrendamente.<br />
Ne io, né mia mogli abbiamo mai affittato una cassetta o un dischetto. Ma a volte arrivavano in dono o con una promozione giornalistica. E, ogni volta, essendo io tetragono e nemico di tali tecnologia, delegavo la moglie la quale, con contorsioni e accidenti, riusciva a mettere in moto l’aggeggio.<br />
Potevano a questo punto  i criminali che sovrintendono alle emissioni televisive dichiararsi soddisfatti? Neanche per idea.<br />
E così, propugnato dall’immagine accattivante del ministro di allora Maurizio Gasparri, iniziò la subdola marcia del digitale terrestre.<br />
Fu d’uopo, se si voleva vedere il TG2 (oscurato se non si passava a questa nuova tecnica) acquistare il decoder.<br />
Un altro infido accrocco con relativi fili neri e ulteriore telecomando (N°5) si insinuò surrettiziamente nel nostro già stressato salotto.<br />
Per poter mettere in moto l’odioso sistema, occorreva però la perizia dei nipotini  o del portiere.<br />
In mancanza di tale assistenza, ci provavo io, guadagnandomi secoli di purgatorio se non l’eternità dell’inferno per i moccoli che scaricavo nel silenzio del soggiorno nel tentativo di vedere qualche programma.<br />
Oggi in genere la mia serata davanti alla TV inizia coni i seguenti procedimenti.<br />
1. Accendere lo schermo con il primo, vecchissimo telecomando. Da non toccare più, salvo schermo color grisaglia.<br />
2. Accendere la scatoletta di Sky. E subito constatare che il 2° canale (si sapeva) e spesso anche  il 7° non si vedono. Bestemmie.<br />
3. Spegnere, sempre bestemmiando  (con l’antico comando) lo schermo e subito (con lo stesso, riaccenderlo e, immediatamente, sempre con l’arcaico attrezzo (controllando che la lucina verde del ricevitore del digitale sia accesa) premere velocemente un tasto blu. Al terzo tentativo, il digitale parte.<br />
4. Usare il terzo telecomando e nessun altro.</p>
<p>La sera, accanto a me ho questa panoplia di attrezzi: telecomando 1, 2, 5, telefonino e telefono cordless.<br />
Su tutto questo inferno, ci sono molti (maledetti) che sghignazzano (e ci guadagnano).</p>
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		<title>Bici in città</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 10:16:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il fatto che il Comune voglia ancor più intensificare la politica favorevole alla bicicletta non può che confortare chi da anni si muove con questo veicolo in città.
Quando, nel 1973, con la prima grande crisi petrolifera, decisi di muovermi per Roma solo in bicicletta, le cose non furono affatto facili.
A quel tempo, l’agile ed elegante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto che il Comune voglia ancor più intensificare la politica favorevole alla bicicletta non può che confortare chi da anni si muove con questo veicolo in città.<br />
Quando, nel 1973, con la prima grande crisi petrolifera, decisi di muovermi per Roma solo in bicicletta, le cose non furono affatto facili.<br />
A quel tempo, l’agile ed elegante “cavallo di ferro” era considerato un veicolo da poveracci affannati e sudaticci. Molti androni e cortili esponevano il cartello di divieto alle biciclette, dal finestrino delle auto venivano grida di scherno e la maggior parte delle persone invitate da me a provare (anche per ragioni ecologiche) la bici, adduceva come scusa le troppe salite di Roma, il non voler arrivare sudati in ufficio, la pericolosità del traffico.<span id="more-118"></span>Ancora oggi vedere ciclisti per le strade di Roma è difficile.<br />
A me piace moltissimo pedalare: non si fa rumore, non s inquina, si può vedere il cielo, il volo degli uccelli e le facciate dei monumenti che dai finestrini delle auto è difficile.<br />
Certo, gli inconvenienti per un ciclista urbano non sono pochi, come insegna la mia ultratrentennale esperienza. Mi sono stati rubati ben sette velocipedi, una caduta mi ha causato la rottura di un incisivo e lo smog non perdona. Anni fa, mia moglie, che era andata a ritirare una radiografia del mio apparato respiratorio, si sentì dire dal radiologo “Signora, suo marito fuma troppo! Gli dica di smettere”.<br />
Per incentivare ancora una già promettente evoluzione occorrerebbero alcune altre iniziative.<br />
Accanto alle ancora rare piste ciclabili  bisognerebbe creare, come in molte città estere, dei “marciapiedi promiscui” in cui, accanto a un settore dedicato ai pedoni, ve ne sia un altro per il passaggio delle biciclette.<br />
Penso ad esempio a uno di questi che potrebbe andare dal Cimitero del Verano al Villaggio Olimpico, passando per i viali Regina Margherita, Liegi, Parioli, Pildsusky. Oppure ai viali Mazzini, Delle Milizie e Giulio Cesare, tutti con marciapiedi facilmente attrezzabili.<br />
Ma, prima di tutto, sarebbe necessario far opera di convinzione tra i cittadini, lanciando appelli,  facilitando il trasporto della bici sui mezzi pubblici e sui treni (oggi ancora molto problematico) rendendo più diffusi i meccanici abilitati alle riparazioni.<br />
Senza illudersi però: le salite dei Sette Colli fanno ancora paura e i romani sono pigri.</p>
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		<title>Lettera aperta agli agricoltori (e ai loro dirigenti)</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 14:19:10 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non c’è dubbio che nei prossimi anni (anche in vista di una riduzione, nel 2013, degli aiuti della Politica Agricola Comunitaria per far fronte alle giuste richieste dei Paesi più poveri) i redditi agricoli caleranno di molto. E, soprattutto per le agricolture cosiddette “marginali”, situate in luoghi collinari o montuosi, si comincia a parlare di “multifunzionalità”. <span id="more-112"></span>Questo significa che agriturismo, fattorie didattiche, produzioni di nicchia, ecoturismo, ospitalità rurale potrebbero integrare redditi i quali &#8211; vuoi per i cambiamenti climatici in atto, vuoi per l’aumento dei costi di produzione e la rigidità (se non il calo) dei prezzi di vendita &#8211; presentano una forte volatilità.<br />
Date queste premesse, torna alla ribalta  una battaglia che gli ambientalisti perseguono dagli anni ’70 dello scorso secolo: quello relativo all’articolo 842 del Codice Civile. La norma, per intendersi, che autorizza solo ed unicamente i cacciatori armati ad entrare nei terreni privati per esercitare la loro attività<br />
Questo articolo, inserito nel Codice nel 1942 in piena Guerra Mondiale per favorire la preparazione bellica degli italiani,  non trova riscontro in alcuna altra nazione del mondo, neppure in Francia, ove la pressione venatoria non è minore della nostra..<br />
Ciò vuol dire che solo in Italia (oltretutto Paese dotato della maggior biodiversità di tutta Europa) il divieto di accesso nei fondi privati vale per tutti (fotografi, pittori, escursionisti, perfino pescatori) tranne che per coloro che imbracciano un’arma.<br />
Tornando al ragionamento di partenza legato alla multifunzionalità, la possibilità di poter trarre dei guadagni dalla caccia &#8211; come avviene in molti Paesi in cui proprietà agricole o pascolive particolarmente svantaggiate si sostengono solo grazie ai pedaggi pagati dai cacciatori &#8211; darebbe un buon aiuto in vista del probabile calo dei contributi comunitari.<br />
Una volta restituito ai proprietari e ai conduttori dei fondi il diritto di impedire o no l’accesso ai cacciatori, vi sarebbero due possibilità. Coloro che amano la natura e la fauna godrebbero finalmente della loro presenza senza l’obbligo di costose recinzioni o decreti di difficile acquisizione. Chi invece non considera negativa la presenza dei cacciatori nel proprio fondo potrà seguire due strade. O lasciare a essi il libero accesso o, al contrario, concederlo dietro un compenso. Compenso che oltre ad impinguare i magri redditi agricoli, stimolerebbe i proprietari a conservare un ambiente naturale favorevole alla fauna rendendolo così più appetibile per l’uso venatorio e più ricco in biodiversità.<br />
Con queste premesse appare  particolarmente assurdo che le Associazioni Agricole, dalla Confagricoltura alla Coldiretti alla CIA, non si siano mai adoperate (a differenza degli ambientalisti) per far abrogare questo anticostituzionale articolo del Codice.<br />
Crediamo che questa loro posizione, favorevole ai soli cacciatori e assolutamente ingiusta per gli agricoltori, rappresenti un vero tradimento verso coloro che dai sindacati di categoria si aspetterebbero un seria difesa dei loro inalienabili diritti.</p>
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		<title>Anziani in calore</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 20:19:31 +0000</pubDate>
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Così mi sento in grado di fornire consigli ai miei coetanei, preoccupati per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di cosiddette &#8220;ondate&#8221; di calore ne ho viste, nella mia lunga vita, diverse. E sono sopravvissuto anche se oggi rientro nella categoria più a rischio: anziano e malato cronico (questo per aver pedalato nei miasmi del traffico romano per più di trent’anni).</p>
<p>Così mi sento in grado di fornire consigli ai miei coetanei, preoccupati per i ricorrenti &#8220;allarmi rossi&#8221; lanciati ormai da giorni su tutti i media. L’importante è non angustiarsi, considerare il caldo un regalo dell’estate dopo una primavera fredda e piovosa e semmai premunirsi con acconce ed ecologiche misure di prevenzione.<span id="more-103"></span></p>
<p>Io mi comporterei così: di notte niente condizionatori; la stanza, con le tapparelle chiuse durante le ore più torride, conserva il fresco. E, se il caldo insiste, un bel ventilatore che, oltretutto, consuma un decimo del condizionatore e non inguaia il clima.</p>
<p>Poi, naturalmente, bere tanta acqua di rubinetto (se ha un minimo sentore di cloro, può succedere, basta tenerla in caraffa per pochi minuti), mangiare poco (anche se vi accuseranno, a me càpita, di essere anoressici ritardati) e consumare molta frutta e verdura, soprattutto il magnifico cocomero romano nei rari e dispersi cocomerari, una professione che sta scomparendo assieme al classico nome del frutto, ormai scalzato, anche a Roma, dall’invasione dal termine vernacolo padano di &#8220;anguria&#8221;.</p>
<p>Nelle ore più calde, se si è fuori casa, meglio mettersi al fresco. Non, come qualcuno ha suggerito, nelle consumistiche algidità dei supermercati o nelle fresche autorimesse dei Vigili del Fuoco (è stato proposto anche questo!), ma nelle stupende, diffusissime, deserte e ombrose chiese romane ove, assieme al fisico, ci si potrà ritemprare lo spirito avvicinandosi alla religione anche col tramite di tante splendide opere d’arte.</p>
<p>Per anni, gli Uffici Comunali hanno ammonito anziani e bambini di non frequentare col sole e il bel tempo i parchi pubblici &#8211; considerati un ricettacolo di pericoloso ozono &#8211; e di uscire solo con la pioggia e il vento. Ma voi infischiatevi dei moniti e andatevene la mattina presto e al vespero nei nostri ancora bellissimi parchi storici dove è possibile osservare pappagalli e scoiattoli, fringuelli e farfalle. Non portatevi però il binocolo per non farvi prendere per guardoni. Può succedere anche questo.</p>
<p>P.S. Se a qualcuno può interessare, ho la stessa età (anno e mese) di Sophia Loren e Brigitte Bardot, due &#8220;anziane&#8221; che si tengono su.</p>
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		<title>Il mio ricordo di Susanna Agnelli</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 17:50:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La proposta di intitolare il lungomare di Porto Santo Stefano o di creare un parco urbano alla memoria di Susanna Agnelli che per per dieci anni (dal 1974 al 1984) fu sindaco di Monte Argentario, mi ha riportato alla memoria le tante battaglie di stampo ambientalista che l’intrepida signora (presidente del WWF dal 1978 al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La proposta di intitolare il lungomare di Porto Santo Stefano o di creare un parco urbano alla memoria di Susanna Agnelli che per per dieci anni (dal 1974 al 1984) fu sindaco di Monte Argentario, mi ha riportato alla memoria le tante battaglie di stampo ambientalista che l’intrepida signora (presidente del WWF dal 1978 al 1979) condusse in quegli anni.<br />
Ricordo ad esempio la sua inesausta presenza nei momenti in cui, complice la calura e il maestrale, gli incendi  (favoriti da ignoti piromani) devastavano il promontorio. E il suo impegno per ottenere aerei canadesi antincendio in prestito dalla Francia e, in seguito, le visite che facemmo assieme, con scarsi risultati, ai vari ministri per far sì che anche l’Italia si dotasse di quei mezzi risolutivi.<span id="more-100"></span>Ma il suo amore per l’Argentario, un luogo che frequento dal 1963, non si esplicava solo nel dotare i paesi di strutture indispensabili come la biblioteca, il mercato del pesce, l’ambulatorio. Ma anche &#8211; con uno sforzo improbo e che le costò il dover rinunciare alla carica &#8211; nel cercare di porre un freno all’abusivismo edilizio che allora come oggi (a giudicare dalle recenti iniziative della magistratura) infuriava in quei luoghi.<br />
Il ricordo più vivo è legato a un episodio particolarmente significativo.<br />
Una sera Suni mi chiamò al telefono dicendomi che la mattina dopo avremmo dovuto trovarci su un’altura che dominava la Baia delle Cannelle, dove le era stata denunciata l’edificazione di una villa abusiva.<br />
All’alba eravamo sul posto. Dal basso, nella nebbia che copriva la zona, spuntò sferragliando una ruspa condotta da un volontario del WWF  (sul luogo nessuna impresa aveva voluto partecipare alla demolizione) . Così, la signora Agnelli ed io, muniti di grandi mazze, lavorammo, assieme al bulldozer, alla demolizione del manufatto.<br />
Ricordo ancora le proteste della proprietaria che si lamentava che solo il trave di colmo del tetto (uno stupendo tronco di castagno) gli era costato ben dieci milioni.<br />
La demolizione fu rapidamente portata a termine, con l’accordo tra noi che questa sarebbe stata la prima di una serie molto vasta di altri interventi, cosa che però non avvenne.<br />
E, negli anni successivi, ricordando assieme la vicenda, mi diceva sorridendo del timore che aveva di reincontrare la signora vittima del nostro intervento, un intervento che restò poi l’unico per anni.</p>
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		<title>Acqua: qualche domandina agli ingenui</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 16:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fulco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attenzione a non lasciare il rubinetto aperto quando ci laviamo i denti! Attenzione a distanziare quanto è possibile le docce e fare il bagno in vasca il meno possibile! Attenzione a usare con parsimonia lo scarico del water! Attenzione a far funzionale lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico! Attenzione a non cambiare troppo spesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Attenzione a non lasciare il rubinetto aperto quando ci laviamo i denti! Attenzione a distanziare quanto è possibile le docce e fare il bagno in vasca il meno possibile! Attenzione a usare con parsimonia lo scarico del water! Attenzione a far funzionale lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico! Attenzione a non cambiare troppo spesso la biancheria!<br />
Tutte norme indispensabili e salutari per preservare quanto possibile il prezioso liquido che ci tiene in vita e che rappresenta il 70 per cento del peso del nostro corpo.<br />
Ma vogliamo ampliare l’orizzonte della nostra sensibilità ecologica e andare un po’ in giro ad occhi aperti?<span id="more-97"></span>Lo sappiamo, ad esempio che, mentre per le tubature del gas e delle fibre ottiche si sventrano in poche ore strade e marciapiedi per assicurare le forniture agli utenti, le derelitte condutture degli acquedotti perdono dal 30 al 40 per cento della loro portata, ricevendo in cambio, per la gioia dei produttori di acque in bottiglia, infiltrazioni di trielina e di acqua di fogna (combattute con insufflazioni di cloro) ?<br />
E li vedete, in campagna nella buona stagione, quegli immensi geyser di acqua dolce che annaffiano mais ed erba medica, soia e tabacco per garantire produzioni spesso eccedentarie e sempre assistite? E vi accorgete di quei tubicini neri che volano di pianta in pianta irrigando a goccia non solo i frutteti ma anche colture mediterranee aduse da sempre a sopportare aridità e siccità, come olivi, viti, fichi e noccioli?<br />
E avete un’idea di quello che costerebbe, in termini di consumi di acqua (già adesso il 71% dei consumi sono addebitabili all’agricoltura contro il 15% degli usi domestici)) trasformare le nostre campagne in immensi serbatoi per biodiesel ed etanolo come vanno auspicando i  profeti irresponsabili di uno sviluppo senza limiti?gamberi, girini,<br />
E avete mai dato un’occhiata ai ruscelli e ai fiumiciattoli ove, nella vostra infanzia, vivevano gamberi e girini, oggi  prosciugati dal saccheggio operato da migliaia di pompe illegali? E che dire delle falde, anche profonde, dalle quali i quartieri abusivi prelevano acque, restituendole (in altri pozzi non più utilizzati) inquinate e tossiche?<br />
Lo sapete che oramai le industrie vanno a pescare acque fossili di milioni di anni fa, ai livelli sotterranei in cui un tempo si succhiava il petrolio?<br />
Quanti fiumi, un tempo addirittura navigabili, sono oggi, come per un fenomeno patologico di ritenzione urinaria, incapaci di raggiungere il mare? E non parlo di fiumiciattoli o di torrenti. Questa sorte colpisce monumenti idrici come il fiume Colorado e altri della stessa importanza un po’ in tutto il mondo.<br />
Ecco, se ci impegnassimo in questi ragionamenti, divulgando più ampiamente possibile gli argomenti della mia invettiva, qualcosa potrebbe finalmente cambiare.</p>
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		<title>Gabbiani a Roma</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 10:51:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Nun ce bastaveno gli antifurti, li cani, il traffico, i casini nelle piazze, i fuochi artificiali? Mò ce se mettono pure li gabbiani a non facce dormì!”
“E scacazzano pure dappertutto!”.
Questi gli apprezzamenti dei romani sulla famosa invasione dei gabbiani in città.
E, in effetti, in molte case di Roma sembra di trovarsi, nel dormiveglia, su qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Nun ce bastaveno gli antifurti, li cani, il traffico, i casini nelle piazze, i fuochi artificiali? Mò ce se mettono pure li gabbiani a non facce dormì!”<br />
“E scacazzano pure dappertutto!”.<br />
Questi gli apprezzamenti dei romani sulla famosa invasione dei gabbiani in città.<br />
E, in effetti, in molte case di Roma sembra di trovarsi, nel dormiveglia, su qualche isoletta della Dalmazia o in una scogliera del Tirreno.<br />
Lo schiamazzo dei gabbiani reali (il cui secondo nome è proprio cachinnans, sghignazzatore) che hanno nidificato su tetti disturba il sonno di molti in una città in cui, secondo i più recenti studi, già  si raggiungono le più alte soglie di rumore notturno.<span id="more-44"></span>Ma come mai il gabbiano reale &#8211; che in tutto il mondo nidifica solo su isolotti  o su falesie inaccessibili e che, secondo gli ornitologi “evita generalmente l’entroterra e non si posa sugli edifici sapendosi perseguitato” (TOSCHI) &#8211; oggi è presente, unico luogo al mondo, in piena città e a 20 chilometri dal mare?<br />
La storia è piuttosto lunga e mi coinvolge direttamente.<br />
Nell’autunno del 1971, un amico mi portò, in una scatola di scarpe, una femmina di gabbiano reale trovata ferita e priva di forze nel mare di Giannutri, ove da sempre esiste una nutrita colonia di questo grande uccello marino.<br />
Non sapendo cosa farne, la trasferii, col permesso del direttore, nella vasca delle otarie dello Zoo, ove visse a spese delle sardine che i guardiani davano a quei pinnipedi.<br />
Una primavera, però, la gabbiana invalida, dotata sicuramente di un certo fascino, attrasse un gabbiano maschio selvatico che passava da quelle parti.<br />
La coppia, inaspettatamente, si mise a nidificare sulle rocce di cemento, costruendosi un nido rudimentale con fazzolettini di carta, ovatta sporca e altri detriti, e alimentando i nidiacei con le piccole anatre che nascevano nell’adiacente laghetto.<br />
Successivamente, i loro figli continuarono a riprodursi in quel luogo (ricordo un nido costruito, incredibilmente, su un grande cedro, buttato giù da una tempesta primaverile) e, a poco a poco si diffusero, da veri “clandestini in città”, in tutto il centro storico. La prima avvisaglia del loro crescente insediamento mi venne nella primavera dell’84, quando degli operai addetti al restauro del tetto di Palazzo Braschi,  avvisarono il WWF di aver trovato tra le tegole numerosi nidiacei di gabbiano ancora non atti al volo.<br />
Oggi, stando agli esperti, il numero delle coppie stabilmente presenti in città è di circa 300, anche se qualcuno sospetta che si avvicini al migliaio.<br />
La vita dei nostri gabbiani metropolitani è assolutamente singolare. Una volta conquistato un territorio di nidificazione (torrini, tetti inaccessibili, altane, cupole) lo difendono con energia e costanza tutto l’anno contro eventuali concorrenti.<br />
Poi, il cibo. Lontani come sono dal loro habitat naturale, devono arrangiarsi con quello che trovano su piazza. A parte i rifiuti (in molti quartieri presidiano i cassonetti e si guardano a vista, rispettandosi, con i gatti) predano i nidiacei dei piccioni, contribuendo così, controllandone il numero, alla pulizia dei monumenti.<br />
Un altro comportamento predatorio, scoperto dal biologo Francesco Petretti a Piazza Mazzini, è quello ai danni degli stornelli che in quei giardini si assembrano per andare a dormire. Due o tre gabbiani si scagliano al tramonto addosso agli stormi in volo e provocano la morte e la caduta al suolo di numerosi volatili. La mattina dopo, all’alba, scendono sull’asfalto e se li portano via.<br />
Se molti non amano questi eleganti uccelli marini, altri li accolgono con simpatia. Un amico che abita in un attico a via Rasella, addirittura tollera che si posino sulla tavola e accettino il cibo dalle sue mani. La coppia che nidifica davanti a casa mia invece non mi ama. E se esco sul terrazzino i genitori (che evidentemente non conoscono la mia e la loro storia) inscenano una campagna di mobbing con picchiate e grida stridule per farmi andar via dalla prole.</p>
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		<title>Sciatteria</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 10:39:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Carlo Luciano Buonaparte]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre scrivo, la domenica solitaria mi affligge con lo strepito angoscioso dei cani lasciati a gemere in città e gli ululati degli antifurti non controllati da sciatte famiglie in vacanza.
Uno dei mali che affliggono l’Italia è la sciatteria.
Intesa come negligenza, trascuratezza, poca professionalità, essa pervade tutto il nostro costume.
Lo si vede, purtroppo, ovunque: cartelli scritti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre scrivo, la domenica solitaria mi affligge con lo strepito angoscioso dei cani lasciati a gemere in città e gli ululati degli antifurti non controllati da sciatte famiglie in vacanza.<br />
Uno dei mali che affliggono l’Italia è la sciatteria.<br />
Intesa come negligenza, trascuratezza, poca professionalità, essa pervade tutto il nostro costume.<br />
Lo si vede, purtroppo, ovunque: cartelli scritti col pennarello per indicazioni magari importanti, gabinetti tenuti a livelli indecenti, piante in vaso lasciate a morire di sete e tanti altri esempi.<span id="more-39"></span>Ma il settore in cui più soffro dell’italica sciatteria è nella carta stampata.<br />
Soprattutto nei libri.<br />
Oggi, per qualche ragione tecnologica ed economica che ignoro, si sfornano libri con una rapidità e dei prezzi impensabili ancora pochi anni fa. Stupende rilegature, carta e caratteri bellissimi, illustrazioni ricche e abbondanti invadono i miei scaffali come un’inarrestabile valanga cartacea..<br />
Purtroppo però, quando si vanno a leggere, a parte poche preziose eccezioni, c’è da farsi cascare le braccia.<br />
Intanto per gli errori di stampa. Correttori automatici e curatori sciatti lasciano errori di ogni tipo: nei testi, nelle didascalie, negli indici, nella scelta delle foto: con una frequenza che offende soprattutto quando si sfoglia un volume di grande apparente bellezza.<br />
Cito qualche esempio, legati al mio mestiere.<br />
Nei tre immensi volumi, rilegati in pelle e con sontuose incisioni, dell’Iconografia della Fauna d’Italia di Carlo Luciano Bonaparte, curati da insigni zoologi e pubblicati dal Ministero dell’Ambiente vi sono intere tavole con le didascalie ripetute ed errate.<br />
                  In una guida di rettili e anfibi, tradotta da un ottimo testo inglese, il colubro del Riccioli (Coronella girondica), così chiamato in onore di uno scienziato laziale dell’800 che lo scoperse nelle campagne del Lazio, è definito, nel testo e nelle didascalie, “Colubro dai riccioli”!<br />
In un’altra, sui mammiferi, le cartine di diffusione sono spesso errate. L’areale della foca monaca mediterranea è indicato sulle coste del Mare del Nord fino all’Islanda e al Circolo Polare artico, mentre quello della volpe artica è uguale a quella del cane procione e arriva a sud fino alle coste del Mar Nero. In compenso l’areale del raro driomio è stata messo al posto di quello del più comune topo quercino e viceversa.<br />
Mi domando come mai non vi sia un controllo finale che eviti gli errori prima di mandare alle stampe questi, peraltro utilissimi, manuali.<br />
Per non parlare delle miserevoli traduzioni di testi che parlano di piante ed animali selvatici.<br />
Mi raccapricciano ancora i “tuffoli”, le “tordelle gazzine”,le “spernuzzole” e i “coditremola” che infestavano il “Falco pellegrino” di J.A. Baker pubblicato da Rizzoli nel 1979.<br />
Numerosi libri di carattere scientifico, prodotti in Italia, nascondono errori anche plateali.<br />
Tanto che è difficile aprire un’opera di questo tipo la quale non contenga al suo interno uno sconfortante foglio di errata corrige. Senza contare attribuzioni errate, specie scambiate l’una per l’altra, disegni di basso o infimo livello, anche in pubblicazioni di altissimo prezzo.<br />
               So per esperienza diretta quanto sia faticoso e stressante rivedere le bozze e controllare gli impaginati. Ma credo che sia un lavoro obbligatorio per un curatore di collana che voglia produrre opere ben fatte che durino nel tempo.<br />
La sciatteria infesta anche altri testi. Vedi ad esempio il verbo “comminare” (che significa minacciare o prevedere sanzioni) usato a tutti i livelli &#8211; anche quelli di grandi opinionisti ed editorialisti &#8211; al posto dei corretti “infliggere” o “irrogare”; o l’uso sciatto di un termine come l’orrido “eclatante” o i frequentissimi errori legati al sistema metrico decimale in cui gli ettari divengono chilometri quadrati e viceversa.<br />
D’altra parte una scuola, come quella italiana, dove agli esami il 99% degli alunni è promosso, dove è considerata con simpatia la prassi del copiare e del suggerire, dove genitori infuriati sono pronti a ricorrere alla giustizia per una bocciatura del figlio, dove impresentabili istituti privati promettono caterve di esami in pochi mesi e lauree prese con metodi discutibili, non ci si può aspettare che vengano pubblicati libri, non solo scientifici, che siano paragonabili con quelli che figurano in tutte le bibliografie d’Europa, luoghi in cui le pubblicazioni italiane spiccano purtroppo per la loro totale assenza.</p>
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		<title>Manuale del perfetto rompiscatole</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 10:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ambientalisti]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi lavora nelle associazioni di conservazione  della natura si sente spesso domandare, dai nuovi soci che non si accontentano della tessera e della rivista Panda: “Cosa posso fare, io, per dare una mano ?”.
In genere gli si risponde di frequentare la sede o l’oasi più vicina, di iscriversi ai corsi per guardie volontarie,  di reclutare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi lavora nelle associazioni di conservazione  della natura si sente spesso domandare, dai nuovi soci che non si accontentano della tessera e della rivista Panda: “Cosa posso fare, io, per dare una mano ?”.<br />
In genere gli si risponde di frequentare la sede o l’oasi più vicina, di iscriversi ai corsi per guardie volontarie,  di reclutare nuovi soci, di fare attivismo.<br />
Ma per chi volesse muoversi da battitore libero non  assoggettandosi a orari e  riunioni, manifestazioni e marce il consiglio che  posso dare è quello di  iscriversi, idealmente, alla Confraternita dei Rompiscatole Ecologici. E vi spiego cos’è.<span id="more-37"></span><br />
In molti Paesi, in cui i cittadini  mostrano un comportamento civile di un livello superiore al nostro il segreto di questo sta in una parola magica: controllo sociale. Il che significa che se qualcuno si azzarda a parcheggiare l’auto in zona vietata, subito compare qualcuno (quasi sempre una arzilla vecchietta) che lo redarguisce. Stesso trattamento da parte del pubblico è riservato a chi abbandona rifiuti, maltratta gli animali, fuma in luogo vietato, fa troppo rumore, costruisce abusivamente e via discorrendo. A differenza dell’Italia, in cui il controllo sociale si esercita al contrario avvisando con i fari le macchine che vengono in senso opposto che dietro la curva  c’è una pattuglia della Stradale, o aggredendo i poliziotti che  cercano di arrestare un mafioso, in quei paesi ogni cittadino si sente un po’ responsabile del bene comune e del rispetto delle leggi.<br />
A volte anche esagerando; ma in complesso il meccanismo del controllo sociale funziona.<br />
Un rompiscatole ecologico ha molti modi di esplicare la sua funzione di controllo sociale.<br />
Vediamo quali.</p>
<p>1. Ci sono degli ambientalisti che scelgono la strada dei mezzi di comunicazione. Nel senso che, appena possono, inviano ai giornali lettere di denuncia e protesta, intervengono nelle trasmissioni radiofoniche aperte al pubblico, rispondono a indagini demoscopiche, sollecitano interrogazioni parlamentari, inviano SMS, fax, telegrammi, ed e-mail.</p>
<p>2. Altri preferiscono l’attacco diretto: se vedono  ad esempio un cacciatore che vaga in un luogo  vietato lo affrontano  invitandolo ad andarsene; ammoniscono i gitanti che raccolgono fiori protetti, inveiscono contro motoscafisti e subacquei che infrangono le leggi, non danno strada ai motocrossisti che infestano i sentieri di montagna, redarguiscono chi accende fuochi in luoghi esposti agli incendi, criticano i saccheggiatori di lumache e bacche, fragole e funghi.</p>
<p>3. Infine, i cirenei: quelle magnifiche persone che tornano a casa con sacchi pieni di spazzatura altrui; quelli che raccolgono uccellini feriti e cani abbandonati, quelli che rialzano il cespuglio stroncato dal passaggio di un fuoristrada e quelli che mettono in opera mangiatoie e cassette nido, che espongono cartelli in difesa degli animali, che seminano ghiande senza che nessuno glielo chieda.<br />
 Dedico a questi un passo di J.L.Borges:</p>
<p>“Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.<br />
Chi è contento che sulla terra esista la musica.<br />
Chi accarezza un animale addormentato.<br />
Chi  preferisce che abbiano ragione gli altri.<br />
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto…<br />
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.</p>
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