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	<title>Fulco Pratesi &#187; Natura in città</title>
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	<description>il blog di Fulco Pratesi</description>
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		<title>I dendrofobi del piano terra</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 16:10:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fulco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Natura in città]]></category>

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		<description><![CDATA[Oramai lo schema è classico. Nei giardinetti di piano terra di tante palazzine romane costruite negli anni 50, vegetano alberi meravigliosi, sviluppati da quelli che i progettisti e gl’imprenditori piantarono allora per invogliare potenziali acquirenti. Oggi, come succede ai cani, portati in casa da cuccioli, che una volta cresciuti e divenuti ingombranti si abbandonano in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oramai lo schema è classico.<br />
Nei giardinetti di piano terra di tante palazzine romane costruite negli anni 50,<br />
vegetano alberi meravigliosi, sviluppati da quelli che i progettisti e gl’imprenditori piantarono allora per invogliare potenziali acquirenti.<br />
Oggi, come succede ai cani, portati in casa da cuccioli, che una volta cresciuti e divenuti ingombranti si abbandonano in autostrada, la media/alta borghesia dei proprietari dei piani terra, sta procedendo all’eliminazione degli alberi troppo cresciuti.<br />
Contraddistinti, come quasi tutti gli italiani, da un’atavica antipatia per la natura derivante da un passato rurale ancora molto prossimo, i dendrofobi urbani vedono in queste verdi creature dispensatrici di ossigeno e ombra, cinguettio di uccelli e profumo di fiori, frinire di cicale e volo di farfalle, dei nemici da abbattere.<span id="more-205"></span>I pretesti sono sempre i soliti: “tolgono luce, fanno ombra, impediscono di godere il passeggio, portano “bestie” e ladri, con le radici minacciano cantine e intercapedini, i rami cadendo possono danneggiare (massimo delitto!) un’auto, sono malati, fanno cadere le foglie”. Meglio dunque il bullettonato di travertino, l’asfalto, il tranquillizzante cemento.<br />
E così, complici piccole bande di sicari con ruggenti motoseghe &#8211; che istigano (per loro interesse) a eliminazioni totali anziché compassionevoli potature &#8211; gli alberi urbani spariscono.<br />
Nei luoghi ove vivo (in cima ai Monti Parioli) o dove lavoro (in una traversa di viale Buozzi), il pogrom contro gli alberi procede con impegno.<br />
Attorno a casa mia, in pochi anni sono partiti due cedri, una magnolia, due pini domestici, una grande sequoia e altri incolpevoli esemplari. Vicino al mio studio ho assistito, inerme e urlante, alla distruzione di un piccolo bosco, relitto dell’antica Vigna dei marchesi Sacchetti, per la paventata costruzione di un ennesimo devastante garage sotterraneo. E poi alla devastante potatura di un alloro (prima, come mi hanno suggerito, avvelenato con acido, pare sia prassi comune), di un immenso avogado che proprio quest’anno stava maturando i suoi squisiti frutti, all’abbattimento di un pino d’Aleppo, di un fantastico albero di Giuda, di una palma delle Canarie (sanissima e piena di datteri), di un grandissimo ailanto (il cinese albero del Paradiso).<br />
La cosa più disarmante è che la padrona responsabile della strage (che voleva (finalmente!) un giardino privo di alberi) mi ha riconosciuto, confessandomi che mi aveva seguito in una visita a scopo botanico organizzata anni fa dal WWF a Villa Ada!<br />
Altri precorsi dolori (sempre causati da proprietarie nemiche del verde), sono stati  l’uccisione di un grande pino e di un castagno da me seminato alla nascita del mio primo figlio, nel giardinetto dell’appartamento da noi abitato dopo il matrimonio.<br />
Non c’è nulla da fare. In questa nostra dendrofobica società solo pochi amano e apprezzano la compagnia degli alberi. Tutti gli altri sono lieti di toglierli di mezzo appena causano qualche (anche sopravvalutato) problema. Consapevoli, oltretutto, che nessuna legge, vincolo o regolamento tutela gli alberi cresciuti nei terreni privati.</p>
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		<title>Perchè gli uccelli (e i pesci) mi temono?</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 18:45:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fulco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Natura in città]]></category>

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		<description><![CDATA[Una delle cose che più mi addolora quando vado in natura è vedere il terrore che tutti gli animali selvatici nutrono nei miei confronti. Iniziamo dagli uccellini che da anni nutro offrendo loro del cibo in una piccola mangiatoia sul mio terrazzo. Non ci crederete: mentre in tutto il mondo, dal Brasile alla Svizzera, dagli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle cose che più mi addolora quando vado in natura è vedere il terrore che tutti gli animali selvatici nutrono nei miei confronti.<br />
Iniziamo dagli uccellini che da anni nutro offrendo loro del cibo in una piccola mangiatoia sul mio terrazzo. Non ci crederete: mentre in tutto il mondo, dal Brasile alla Svizzera, dagli Stati Uniti all’Australia gli uccellini non solo non scappano ma addirittura vengono a mangiare in mano, questi, soprattutto passeri, appena mi vedono dietro ai vetri della finestra, volano via terrorizzati, confermando quanto scrisse un ornitologo inglese tempo fa. “In Italia gli uccelli non volano, fuggono”.<span id="more-200"></span><br />
Non parliamo poi degli uccelli in campagna. Anche lì, quando faccio del birdwatching dall’automobile (miglior sistema per vederli senza spaventarli), appena mi sporgo col binocolo dal finestrino, è un fuggifuggi generale.<br />
Mi spiego questo terrore rifacendomi  alle migliaia di anni in cui queste povere bestioline (come del resto tutti gli animali selvatici) erano oggetto di tremende persecuzioni da parte di popolazioni affamate e incivili: rubate da piccole dai nidi, catturate con lacci, bacchette col vischio, archetti, tagliole, schiacce, reti e altre diavolerie e, da due secoli a questa parte, presi a fucilate da milioni di tartarini.<br />
E il fatto che negli altri paesi civili questo non sia mai accaduto (almeno da un secolo) non  ha fatto  insorgere l’atavico terrore di queste alate e canore creature nei confronti dell’uomo neandertaliano cacciatore e raccoglitore.<br />
Purtroppo, la paura nei confronti della specie  Homo sapiens (quanta ironia in questa definizione) si è sviluppata, da sessantina d’ anni, anche tra i pesci.<br />
L’avvento &#8211; negli anni 40 dello scorso secolo -  della pesca subacquea che ha fatto identificare nell’uomo armato di fiocine e arpioni il massimo pericolo, ha diffuso ta i pesci, i crostacei e i molluschi un primordiale terrore. Un terrore prima inesistente, in quanto essi non potevano collegare le insidie (ami, lenze, reti, nasse, ecc.) con il pescatore. Ricordo ancora, nei primi anni 50, l’atteggiamento fiducioso e indifferente che le cernie, le corvine i saraghi e tanti altri pesci avevano nei confronti di chi, per la prima volta nella loro storia, li aggrediva nel loro stesso elemento.<br />
Per i pesci, forse perché la persecuzione ha avuto una storia più breve, è piuttosto facile ricreare un clima e un comportamento non condizionato dalla paura: prova ne siano le riserve marine di recente istituzione nel Mediterraneo in cui i pesci, anche molto grandi, si lasciano avvicinare tranquilli e confidenti, dato che lì la pesca subacquea è severamente bandita da anni.<br />
Sarà molto più lungo e difficile, almeno in Italia, riconquistare la simpatia degli uccellini. Purtroppo ancora oggi schiere di cacciatori battono il territorio, felici di poter scaricare i loro fucili su inermi volatili pesanti meno del piombo usato per ucciderli.<br />
Ma basterà aspettare. E tener presente  che il nostro santo protettore si chiama San Francesco, un santo  che con gli uccelli e i pesci aveva un ottimo e fraterno rapporto.</p>
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		<title>Gabbiani a Roma</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 10:51:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Nun ce bastaveno gli antifurti, li cani, il traffico, i casini nelle piazze, i fuochi artificiali? Mò ce se mettono pure li gabbiani a non facce dormì!”<br />
“E scacazzano pure dappertutto!”.<br />
Questi gli apprezzamenti dei romani sulla famosa invasione dei gabbiani in città.<br />
E, in effetti, in molte case di Roma sembra di trovarsi, nel dormiveglia, su qualche isoletta della Dalmazia o in una scogliera del Tirreno.<br />
Lo schiamazzo dei gabbiani reali (il cui secondo nome è proprio cachinnans, sghignazzatore) che hanno nidificato su tetti disturba il sonno di molti in una città in cui, secondo i più recenti studi, già  si raggiungono le più alte soglie di rumore notturno.<span id="more-44"></span>Ma come mai il gabbiano reale &#8211; che in tutto il mondo nidifica solo su isolotti  o su falesie inaccessibili e che, secondo gli ornitologi “evita generalmente l’entroterra e non si posa sugli edifici sapendosi perseguitato” (TOSCHI) &#8211; oggi è presente, unico luogo al mondo, in piena città e a 20 chilometri dal mare?<br />
La storia è piuttosto lunga e mi coinvolge direttamente.<br />
Nell’autunno del 1971, un amico mi portò, in una scatola di scarpe, una femmina di gabbiano reale trovata ferita e priva di forze nel mare di Giannutri, ove da sempre esiste una nutrita colonia di questo grande uccello marino.<br />
Non sapendo cosa farne, la trasferii, col permesso del direttore, nella vasca delle otarie dello Zoo, ove visse a spese delle sardine che i guardiani davano a quei pinnipedi.<br />
Una primavera, però, la gabbiana invalida, dotata sicuramente di un certo fascino, attrasse un gabbiano maschio selvatico che passava da quelle parti.<br />
La coppia, inaspettatamente, si mise a nidificare sulle rocce di cemento, costruendosi un nido rudimentale con fazzolettini di carta, ovatta sporca e altri detriti, e alimentando i nidiacei con le piccole anatre che nascevano nell’adiacente laghetto.<br />
Successivamente, i loro figli continuarono a riprodursi in quel luogo (ricordo un nido costruito, incredibilmente, su un grande cedro, buttato giù da una tempesta primaverile) e, a poco a poco si diffusero, da veri “clandestini in città”, in tutto il centro storico. La prima avvisaglia del loro crescente insediamento mi venne nella primavera dell’84, quando degli operai addetti al restauro del tetto di Palazzo Braschi,  avvisarono il WWF di aver trovato tra le tegole numerosi nidiacei di gabbiano ancora non atti al volo.<br />
Oggi, stando agli esperti, il numero delle coppie stabilmente presenti in città è di circa 300, anche se qualcuno sospetta che si avvicini al migliaio.<br />
La vita dei nostri gabbiani metropolitani è assolutamente singolare. Una volta conquistato un territorio di nidificazione (torrini, tetti inaccessibili, altane, cupole) lo difendono con energia e costanza tutto l’anno contro eventuali concorrenti.<br />
Poi, il cibo. Lontani come sono dal loro habitat naturale, devono arrangiarsi con quello che trovano su piazza. A parte i rifiuti (in molti quartieri presidiano i cassonetti e si guardano a vista, rispettandosi, con i gatti) predano i nidiacei dei piccioni, contribuendo così, controllandone il numero, alla pulizia dei monumenti.<br />
Un altro comportamento predatorio, scoperto dal biologo Francesco Petretti a Piazza Mazzini, è quello ai danni degli stornelli che in quei giardini si assembrano per andare a dormire. Due o tre gabbiani si scagliano al tramonto addosso agli stormi in volo e provocano la morte e la caduta al suolo di numerosi volatili. La mattina dopo, all’alba, scendono sull’asfalto e se li portano via.<br />
Se molti non amano questi eleganti uccelli marini, altri li accolgono con simpatia. Un amico che abita in un attico a via Rasella, addirittura tollera che si posino sulla tavola e accettino il cibo dalle sue mani. La coppia che nidifica davanti a casa mia invece non mi ama. E se esco sul terrazzino i genitori (che evidentemente non conoscono la mia e la loro storia) inscenano una campagna di mobbing con picchiate e grida stridule per farmi andar via dalla prole.</p>
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		<title>Aracnofobia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2009 13:12:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giorni fa, dagli uffici comunali che curano  i Cimiteri Capitolini, ho ricevuto una diffida “per intervento di manutenzione dell’essenza Hedera” riguardante la tomba di famiglia acquistata da mio nonno nel 1926. La ragione, inoppugnabile, era che l’edera nata sulla tomba dei miei parenti aveva invaso con i suoi tralci quella dei vicini. Naturalmente, per evitare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giorni fa, dagli uffici comunali che curano  i Cimiteri Capitolini, ho ricevuto una diffida “per intervento di manutenzione dell’essenza Hedera” riguardante la tomba di famiglia acquistata da mio nonno nel 1926. La ragione, inoppugnabile, era che l’edera nata sulla tomba dei miei parenti aveva invaso con i suoi tralci quella dei vicini.<br />
Naturalmente, per evitare un intervento d’ufficio dell’Amministrazione ai sensi del Regolamento di Polizia Cimiteriale (art.52 e 53) ci siamo recati, un mio fratello ed io ( in vista oltretutto di un non lontano nostro utilizzo di quel cenotafio) al Cimitero del Verano armati di forbici da potare e di sacchi per l’immondizia.<span id="more-19"></span><br />
Bisogna dire che il monolito marmoreo che sovrasta la pietra tombale era da anni divenuto un vero e proprio obelisco verde ricoperto di edera sui cui fiori bottinavano le api, sulle cui bacche gozzovigliavano merli e storni, nel cui fogliame nidificava lo scricciolo.<br />
Dopo la severa operazione di potatura partendo dal basso, eliminata l’invasione dei sepolcreti adiacenti, l’edera restava solo come un buffo pon pon verde sulla cima dell’obelisco progettato da nonno Attilio.<br />
Ho chiamato i gentili funzionari che ci avevano inviato la diffida, ma questi, pur soddisfatti del lavoro compiuto, mi han detto che anche la restante vegetazione andava eliminata per ridare dignità al monumento. In quanto, secondo loro, l’edera era comunque un elemento di disturbo.<br />
Questo episodio fa capire l’atteggiamento generale in vigore nel nostro Paese nei confronti della natura non codificata. Ed ecco le potature mutilanti, le piante in vaso lasciate morire, gli erbicidi irrorati sui marciapiedi contro la timida vegetazione erbacea che cerca di farsi strada tra i selci e l’asfalto.<br />
L’uso imprudente degli erbicidi apre un altro preoccupante capitolo di ecologia urbana.<br />
Quello degli insetticidi.<br />
L’arrivo, pochi anni fa, della zanzara tigre, ha dato l’avvìo a campagne di disinfestazione indiscriminate e massicce nelle città.<br />
Al di là del giro d’affari che tutta l’operazione attiva, la molla principale risiede nell’ossessione della gente nei confronti soprattutto degli insetti e dei ragni. Il termine psichiatrico è “aracnofobia”.<br />
Così, per evitare qualche pur fastidiosa puntura, ci si espone, e si espongono soprattutto i bambini, &#8211; più indifesi nei confronti dell’inquinamento &#8211; a nuvole di sostanze chimiche che, proprio per la loro connotazione di essere”biocidi”, scatenano comunque processi  pericolosi a lungo termine.<br />
Se nelle campagne l’uso dei pesticidi è abbastanza regolamentato e controllato, in città, ove la popolazione è mille volte più concentrata, si agisce in assenza di regole e con una disinvoltura pericolosa. E il fatto che, per cercare di eliminare gli insetti fastidiosi, si distruggano anche i loro competitori naturali come pipistrelli, libellule, uccelli insettivori eccetera, e s’innestino patologie come i tumori infantili, Parkinson e Alzheimer (oggi in forte aumento) non sfiora i cittadini che, attraverso i condomini e i municipi richiedono pressantemente sempre più interventi e irrorazioni.<br />
In certi uffici, come mi ha rivelato una signora fermandomi per strada, alla comparsa di qualsiasi ragno o insetto nelle stanze, si procede a disinfestazioni a tappeto, attivando malattie che solo dopo anni faranno la loro tragica comparsa. Non si spiegherebbe altrimenti l’insorgenza e l’incremento di allergie e di tumori infantili, un tempo assai meno comuni.<br />
Oltretutto, la lotta alle zanzare, se operata sulle larve, può avere qualche risultato, mentre quando è  rivolta contro gli insetti adulti, anche se tranquillizza gl’ intolleranti, (confortati dalle nuvole di veleni davanti alle loro finestre) non fa che indurre processi di resistenza negli insetti, obbligando i disinfestatori a ripetere sempre più spesso gli interventi  e a usare prodotti sempre più tossici.<br />
Come dimostra  con evidenza la biologa Rachel Carson nel suo profetico libro  “Primavera silenziosa” del 1962.<br />
D’altra parte la tenace alleanza tra ignoranti aracnofobi e astuti disinfestatori (i quali pescano nell’insofferenza dei primi, stimolandola con campagne pubblicitarie terrificanti), se in più può contare sul nullaosta e i contributi delle autorità comunali, è ben difficile da contenere.<br />
Anche perché, come si è detto, mentre i fastidiosi pomfi sono immediatamente percepibili, un tumore al fegato, ai reni o alla vescica (tutti mali cui sono soggetti, nelle campagne, gli utilizzatori dei pesticidi) si manifesta magari solo dopo cinque o dieci anni. E ciò rende difficile il collegamento causa/effetto, collegamento che solo le rilevazioni statistiche possono compiere con credibilità e che non lasciano dubbi sul legame tra l’alluvione di nuove molecole chimiche e l’aumento delle malattie, anche quelle non causate dall’invecchiamento della popolazione.</p>
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