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	<title>Fulco Pratesi &#187; Ecomportamento</title>
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	<description>il blog di Fulco Pratesi</description>
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		<title>Elogio della tirchieria</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 19:10:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mio nonno, per risparmiare pochi centesimi, prendeva il tram a una fermata
più distante da casa sua, dove scattava una tariffa ridotta. E aveva piccole
tirchierie come quella di rivoltare le buste per poterle riadoperare o
conservare i pennini usati. Era ligure (di Sarzana) e una certa taccagneria
era giustificata. Eppure era un generoso sostenitore di nobili cause:
elargiva forti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mio nonno, per risparmiare pochi centesimi, prendeva il tram a una fermata<br />
più distante da casa sua, dove scattava una tariffa ridotta. E aveva piccole<br />
tirchierie come quella di rivoltare le buste per poterle riadoperare o<br />
conservare i pennini usati. Era ligure (di Sarzana) e una certa taccagneria<br />
era giustificata. Eppure era un generoso sostenitore di nobili cause:<span id="more-127"></span><br />
elargiva forti somme a organizzazioni benefiche (fu tra i primi sostenitori<br />
del Touring Club e della Dante Alighieri) e, in occasione di terribili<br />
disastri come il terremoto di Avezzano del 1915, non perdeva un istante per<br />
correre in aiuto alle popolazioni disastrate.</p>
<p>Io penso che oggi, uscendo da un&#8217;epoca stravolta dallo stupido consumismo e<br />
dai danni che esso provoca, la taccagneria (che però non sia a danno di<br />
altri e non nasconda un avido attaccamento al denaro) debba essere<br />
riabilitata.</p>
<p>Qualcosa della mia ascendenza ligure è rimasta. Nel senso che odio le spese<br />
inutili. Non vado quasi mai al bar, mi faccio durare anni scarpe e indumenti<br />
(che acquisto solo ai Grandi Magazzini), odio i giochi d&#8217;azzardo e le<br />
lotterie, detesto le parole shopping, happy hour.  L&#8217;automobile mi dura (la<br />
uso poco) per più di 12 anni, in città mi muovo a piedi oppure in bici, in<br />
motorino o sui mezzi. Viaggi, anche lunghi, preferisco farli in treno o in<br />
nave. A casa mia, tra me e mia moglie, lei vegetariana in servizio<br />
permanente effettivo e io convinto ma poco praticante, non si butta via<br />
niente dalla cucina e per giorni si mangiano i resti avanzati.</p>
<p>Questo, comportamento da spilorcio fa bene però sia alla salute, sia<br />
all&#8217;ambiente. E consiglio a tutti di seguire il mio esempio: essere generosi<br />
con i meno fortunati (facendo volontariato nelle associazioni) e, per sé<br />
stessi, considerare che spesso la taccagneria si può anche chiamare<br />
parsimonia, frugalità o temperanza.</p>
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		<title>L&#8217;inferno dei telecomandi</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 11:26:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“La televisione produce violenza e la porta in casa dove altrimenti violenza non ci sarebbe” .  (Karl Popper)
Oramai la mafia (camorra? n’drangheta? Sacra corona unita?) delle televisioni sta prendendo, come le altre consorelle (rifiuti, sanità, politica) il sopravvento. E, con essa, un viluppo schifoso e inestricabile di fili elettrici e di telecomandi.
Scherzi a parte, a mia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“La televisione produce violenza e la porta in casa dove altrimenti violenza non ci sarebbe” .  (Karl Popper)</p>
<p>Oramai la mafia (camorra? n’drangheta? Sacra corona unita?) delle televisioni sta prendendo, come le altre consorelle (rifiuti, sanità, politica) il sopravvento. E, con essa, un viluppo schifoso e inestricabile di fili elettrici e di telecomandi.<br />
Scherzi a parte, a mia moglie e a me la televisione andava benissimo così come la conoscemmo ai nostri verdi anni: 21 pollici, bianco e nero, solo canali RAI. Non ci serviva altro e passavamo serate bellissime col Musichiere e Lascia e Raddoppia, TV7 e i primi programmi “ecologici”.<br />
Poi venne la fregola del televisore a colori.<span id="more-121"></span>Resistemmo, un po’ al seguito di chi considerava la TV a colori un inutile spreco anche  quando già in tutta Europa il video a colori imperversava.<br />
Potemmo resistere un po’. Ma i figli s’imposero e il televisore a colori s’ introdusse nel nostro salotto. Grande, ingombrante, simpatico.<br />
Per anni e anni, perdonandogli qualche defaillance (peso e invadenza in un soggiorno piuttosto esiguo, strani segni bianchi sul video, numeretti verdi che apparivano e scomparivano eccetera) lo tenemmo fino alla fine del suo tubo catodico. Durante la sua esistenza arrivò il primo, magico, telecomando (Il N.1). Ricordo ancora, molti anni fa, come m impressionò il telecomando che vidi nelle mani del grande Antonio Cederna. Appassionato com’era di programmi culturali e anche di partite di pallone, i tasti del suo attrezzo erano lustri e consumati come il pomo della sella di un navigato cowboy.<br />
Per anni ci godemmo la TV in compagnia dei figli e della nostra fauna domestica.<br />
Poi i figli crebbero, ebbero le loro case e i loro televisori e Fabrizia e io restammo soli col cane e col gatto.<br />
Ma il progresso tecnologico incalzava.<br />
Così, credendoci ansiosi di novità, l’affetto e la generosità dei figli ci portò in casa un nuovo arrivato: SKY col padellone antennifero. Il tutto corredato da un meraviglioso schermo grande e piatto. Sulle prime avemmo problemi con la parabola: il proprietario dell’attico non consentiva che i suoi paesaggi fossero appesantiti da antenne voluminose. La sistemammo sul terrazzino, che acquistò subito l’aspetto di uno dei tanti balconi del Terzo Mondo in cui la fungaia delle antenne satellitari costituisce un elemento obbligatorio.<br />
Con Sky giunse un altro telecomando (il N°2) e un apparecchietto che serviva a captare i programmi di questa emittente.<br />
Arrivarono  i nipotini. E allora come si fa, violando i nostri solidi principi tesi ad evitare ai pargoli l’inquinamento televisivo, a non fornirgli le Murdoch, Mucon i cartoni animati? Ed ecco che un altro aggeggio con relativo telecomando (il N°3), andò a sovrapporsi a quello legato ai programmi di Murdoch.<br />
 Ma il progresso corre inesorabilmente e si fatica a stargli dietro.<br />
Il videoregistratore (con le storie di Babar e di Paperino) divenne però a un certo momento, superato. Le cassette non andavano più bene e si doveva passare ai dischetti.<br />
La piramide di aggeggi piatti e argentati continuò a crescere in maniera preoccupante. Ecco il lettore DVD. Nel vaso da fiori sul tavolino che conteneva i telecomandi, ne arrivò un altro (N°4).<br />
Intanto, nascosto dietro il televisore, il lubrico aggrovigliarsi di fili neri proliferava orrendamente.<br />
Ne io, né mia mogli abbiamo mai affittato una cassetta o un dischetto. Ma a volte arrivavano in dono o con una promozione giornalistica. E, ogni volta, essendo io tetragono e nemico di tali tecnologia, delegavo la moglie la quale, con contorsioni e accidenti, riusciva a mettere in moto l’aggeggio.<br />
Potevano a questo punto  i criminali che sovrintendono alle emissioni televisive dichiararsi soddisfatti? Neanche per idea.<br />
E così, propugnato dall’immagine accattivante del ministro di allora Maurizio Gasparri, iniziò la subdola marcia del digitale terrestre.<br />
Fu d’uopo, se si voleva vedere il TG2 (oscurato se non si passava a questa nuova tecnica) acquistare il decoder.<br />
Un altro infido accrocco con relativi fili neri e ulteriore telecomando (N°5) si insinuò surrettiziamente nel nostro già stressato salotto.<br />
Per poter mettere in moto l’odioso sistema, occorreva però la perizia dei nipotini  o del portiere.<br />
In mancanza di tale assistenza, ci provavo io, guadagnandomi secoli di purgatorio se non l’eternità dell’inferno per i moccoli che scaricavo nel silenzio del soggiorno nel tentativo di vedere qualche programma.<br />
Oggi in genere la mia serata davanti alla TV inizia coni i seguenti procedimenti.<br />
1. Accendere lo schermo con il primo, vecchissimo telecomando. Da non toccare più, salvo schermo color grisaglia.<br />
2. Accendere la scatoletta di Sky. E subito constatare che il 2° canale (si sapeva) e spesso anche  il 7° non si vedono. Bestemmie.<br />
3. Spegnere, sempre bestemmiando  (con l’antico comando) lo schermo e subito (con lo stesso, riaccenderlo e, immediatamente, sempre con l’arcaico attrezzo (controllando che la lucina verde del ricevitore del digitale sia accesa) premere velocemente un tasto blu. Al terzo tentativo, il digitale parte.<br />
4. Usare il terzo telecomando e nessun altro.</p>
<p>La sera, accanto a me ho questa panoplia di attrezzi: telecomando 1, 2, 5, telefonino e telefono cordless.<br />
Su tutto questo inferno, ci sono molti (maledetti) che sghignazzano (e ci guadagnano).</p>
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		<title>Bici in città</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 10:16:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il fatto che il Comune voglia ancor più intensificare la politica favorevole alla bicicletta non può che confortare chi da anni si muove con questo veicolo in città.
Quando, nel 1973, con la prima grande crisi petrolifera, decisi di muovermi per Roma solo in bicicletta, le cose non furono affatto facili.
A quel tempo, l’agile ed elegante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto che il Comune voglia ancor più intensificare la politica favorevole alla bicicletta non può che confortare chi da anni si muove con questo veicolo in città.<br />
Quando, nel 1973, con la prima grande crisi petrolifera, decisi di muovermi per Roma solo in bicicletta, le cose non furono affatto facili.<br />
A quel tempo, l’agile ed elegante “cavallo di ferro” era considerato un veicolo da poveracci affannati e sudaticci. Molti androni e cortili esponevano il cartello di divieto alle biciclette, dal finestrino delle auto venivano grida di scherno e la maggior parte delle persone invitate da me a provare (anche per ragioni ecologiche) la bici, adduceva come scusa le troppe salite di Roma, il non voler arrivare sudati in ufficio, la pericolosità del traffico.<span id="more-118"></span>Ancora oggi vedere ciclisti per le strade di Roma è difficile.<br />
A me piace moltissimo pedalare: non si fa rumore, non s inquina, si può vedere il cielo, il volo degli uccelli e le facciate dei monumenti che dai finestrini delle auto è difficile.<br />
Certo, gli inconvenienti per un ciclista urbano non sono pochi, come insegna la mia ultratrentennale esperienza. Mi sono stati rubati ben sette velocipedi, una caduta mi ha causato la rottura di un incisivo e lo smog non perdona. Anni fa, mia moglie, che era andata a ritirare una radiografia del mio apparato respiratorio, si sentì dire dal radiologo “Signora, suo marito fuma troppo! Gli dica di smettere”.<br />
Per incentivare ancora una già promettente evoluzione occorrerebbero alcune altre iniziative.<br />
Accanto alle ancora rare piste ciclabili  bisognerebbe creare, come in molte città estere, dei “marciapiedi promiscui” in cui, accanto a un settore dedicato ai pedoni, ve ne sia un altro per il passaggio delle biciclette.<br />
Penso ad esempio a uno di questi che potrebbe andare dal Cimitero del Verano al Villaggio Olimpico, passando per i viali Regina Margherita, Liegi, Parioli, Pildsusky. Oppure ai viali Mazzini, Delle Milizie e Giulio Cesare, tutti con marciapiedi facilmente attrezzabili.<br />
Ma, prima di tutto, sarebbe necessario far opera di convinzione tra i cittadini, lanciando appelli,  facilitando il trasporto della bici sui mezzi pubblici e sui treni (oggi ancora molto problematico) rendendo più diffusi i meccanici abilitati alle riparazioni.<br />
Senza illudersi però: le salite dei Sette Colli fanno ancora paura e i romani sono pigri.</p>
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		<title>Anziani in calore</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 20:19:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Di cosiddette &#8220;ondate&#8221; di calore ne ho viste, nella mia lunga vita, diverse. E sono sopravvissuto anche se oggi rientro nella categoria più a rischio: anziano e malato cronico (questo per aver pedalato nei miasmi del traffico romano per più di trent’anni).
Così mi sento in grado di fornire consigli ai miei coetanei, preoccupati per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di cosiddette &#8220;ondate&#8221; di calore ne ho viste, nella mia lunga vita, diverse. E sono sopravvissuto anche se oggi rientro nella categoria più a rischio: anziano e malato cronico (questo per aver pedalato nei miasmi del traffico romano per più di trent’anni).</p>
<p>Così mi sento in grado di fornire consigli ai miei coetanei, preoccupati per i ricorrenti &#8220;allarmi rossi&#8221; lanciati ormai da giorni su tutti i media. L’importante è non angustiarsi, considerare il caldo un regalo dell’estate dopo una primavera fredda e piovosa e semmai premunirsi con acconce ed ecologiche misure di prevenzione.<span id="more-103"></span></p>
<p>Io mi comporterei così: di notte niente condizionatori; la stanza, con le tapparelle chiuse durante le ore più torride, conserva il fresco. E, se il caldo insiste, un bel ventilatore che, oltretutto, consuma un decimo del condizionatore e non inguaia il clima.</p>
<p>Poi, naturalmente, bere tanta acqua di rubinetto (se ha un minimo sentore di cloro, può succedere, basta tenerla in caraffa per pochi minuti), mangiare poco (anche se vi accuseranno, a me càpita, di essere anoressici ritardati) e consumare molta frutta e verdura, soprattutto il magnifico cocomero romano nei rari e dispersi cocomerari, una professione che sta scomparendo assieme al classico nome del frutto, ormai scalzato, anche a Roma, dall’invasione dal termine vernacolo padano di &#8220;anguria&#8221;.</p>
<p>Nelle ore più calde, se si è fuori casa, meglio mettersi al fresco. Non, come qualcuno ha suggerito, nelle consumistiche algidità dei supermercati o nelle fresche autorimesse dei Vigili del Fuoco (è stato proposto anche questo!), ma nelle stupende, diffusissime, deserte e ombrose chiese romane ove, assieme al fisico, ci si potrà ritemprare lo spirito avvicinandosi alla religione anche col tramite di tante splendide opere d’arte.</p>
<p>Per anni, gli Uffici Comunali hanno ammonito anziani e bambini di non frequentare col sole e il bel tempo i parchi pubblici &#8211; considerati un ricettacolo di pericoloso ozono &#8211; e di uscire solo con la pioggia e il vento. Ma voi infischiatevi dei moniti e andatevene la mattina presto e al vespero nei nostri ancora bellissimi parchi storici dove è possibile osservare pappagalli e scoiattoli, fringuelli e farfalle. Non portatevi però il binocolo per non farvi prendere per guardoni. Può succedere anche questo.</p>
<p>P.S. Se a qualcuno può interessare, ho la stessa età (anno e mese) di Sophia Loren e Brigitte Bardot, due &#8220;anziane&#8221; che si tengono su.</p>
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		<title>Acqua: qualche domandina agli ingenui</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 16:45:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Attenzione a non lasciare il rubinetto aperto quando ci laviamo i denti! Attenzione a distanziare quanto è possibile le docce e fare il bagno in vasca il meno possibile! Attenzione a usare con parsimonia lo scarico del water! Attenzione a far funzionale lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico! Attenzione a non cambiare troppo spesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Attenzione a non lasciare il rubinetto aperto quando ci laviamo i denti! Attenzione a distanziare quanto è possibile le docce e fare il bagno in vasca il meno possibile! Attenzione a usare con parsimonia lo scarico del water! Attenzione a far funzionale lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico! Attenzione a non cambiare troppo spesso la biancheria!<br />
Tutte norme indispensabili e salutari per preservare quanto possibile il prezioso liquido che ci tiene in vita e che rappresenta il 70 per cento del peso del nostro corpo.<br />
Ma vogliamo ampliare l’orizzonte della nostra sensibilità ecologica e andare un po’ in giro ad occhi aperti?<span id="more-97"></span>Lo sappiamo, ad esempio che, mentre per le tubature del gas e delle fibre ottiche si sventrano in poche ore strade e marciapiedi per assicurare le forniture agli utenti, le derelitte condutture degli acquedotti perdono dal 30 al 40 per cento della loro portata, ricevendo in cambio, per la gioia dei produttori di acque in bottiglia, infiltrazioni di trielina e di acqua di fogna (combattute con insufflazioni di cloro) ?<br />
E li vedete, in campagna nella buona stagione, quegli immensi geyser di acqua dolce che annaffiano mais ed erba medica, soia e tabacco per garantire produzioni spesso eccedentarie e sempre assistite? E vi accorgete di quei tubicini neri che volano di pianta in pianta irrigando a goccia non solo i frutteti ma anche colture mediterranee aduse da sempre a sopportare aridità e siccità, come olivi, viti, fichi e noccioli?<br />
E avete un’idea di quello che costerebbe, in termini di consumi di acqua (già adesso il 71% dei consumi sono addebitabili all’agricoltura contro il 15% degli usi domestici)) trasformare le nostre campagne in immensi serbatoi per biodiesel ed etanolo come vanno auspicando i  profeti irresponsabili di uno sviluppo senza limiti?gamberi, girini,<br />
E avete mai dato un’occhiata ai ruscelli e ai fiumiciattoli ove, nella vostra infanzia, vivevano gamberi e girini, oggi  prosciugati dal saccheggio operato da migliaia di pompe illegali? E che dire delle falde, anche profonde, dalle quali i quartieri abusivi prelevano acque, restituendole (in altri pozzi non più utilizzati) inquinate e tossiche?<br />
Lo sapete che oramai le industrie vanno a pescare acque fossili di milioni di anni fa, ai livelli sotterranei in cui un tempo si succhiava il petrolio?<br />
Quanti fiumi, un tempo addirittura navigabili, sono oggi, come per un fenomeno patologico di ritenzione urinaria, incapaci di raggiungere il mare? E non parlo di fiumiciattoli o di torrenti. Questa sorte colpisce monumenti idrici come il fiume Colorado e altri della stessa importanza un po’ in tutto il mondo.<br />
Ecco, se ci impegnassimo in questi ragionamenti, divulgando più ampiamente possibile gli argomenti della mia invettiva, qualcosa potrebbe finalmente cambiare.</p>
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		<title>Sciatteria</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 10:39:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mentre scrivo, la domenica solitaria mi affligge con lo strepito angoscioso dei cani lasciati a gemere in città e gli ululati degli antifurti non controllati da sciatte famiglie in vacanza.
Uno dei mali che affliggono l’Italia è la sciatteria.
Intesa come negligenza, trascuratezza, poca professionalità, essa pervade tutto il nostro costume.
Lo si vede, purtroppo, ovunque: cartelli scritti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre scrivo, la domenica solitaria mi affligge con lo strepito angoscioso dei cani lasciati a gemere in città e gli ululati degli antifurti non controllati da sciatte famiglie in vacanza.<br />
Uno dei mali che affliggono l’Italia è la sciatteria.<br />
Intesa come negligenza, trascuratezza, poca professionalità, essa pervade tutto il nostro costume.<br />
Lo si vede, purtroppo, ovunque: cartelli scritti col pennarello per indicazioni magari importanti, gabinetti tenuti a livelli indecenti, piante in vaso lasciate a morire di sete e tanti altri esempi.<span id="more-39"></span>Ma il settore in cui più soffro dell’italica sciatteria è nella carta stampata.<br />
Soprattutto nei libri.<br />
Oggi, per qualche ragione tecnologica ed economica che ignoro, si sfornano libri con una rapidità e dei prezzi impensabili ancora pochi anni fa. Stupende rilegature, carta e caratteri bellissimi, illustrazioni ricche e abbondanti invadono i miei scaffali come un’inarrestabile valanga cartacea..<br />
Purtroppo però, quando si vanno a leggere, a parte poche preziose eccezioni, c’è da farsi cascare le braccia.<br />
Intanto per gli errori di stampa. Correttori automatici e curatori sciatti lasciano errori di ogni tipo: nei testi, nelle didascalie, negli indici, nella scelta delle foto: con una frequenza che offende soprattutto quando si sfoglia un volume di grande apparente bellezza.<br />
Cito qualche esempio, legati al mio mestiere.<br />
Nei tre immensi volumi, rilegati in pelle e con sontuose incisioni, dell’Iconografia della Fauna d’Italia di Carlo Luciano Bonaparte, curati da insigni zoologi e pubblicati dal Ministero dell’Ambiente vi sono intere tavole con le didascalie ripetute ed errate.<br />
                  In una guida di rettili e anfibi, tradotta da un ottimo testo inglese, il colubro del Riccioli (Coronella girondica), così chiamato in onore di uno scienziato laziale dell’800 che lo scoperse nelle campagne del Lazio, è definito, nel testo e nelle didascalie, “Colubro dai riccioli”!<br />
In un’altra, sui mammiferi, le cartine di diffusione sono spesso errate. L’areale della foca monaca mediterranea è indicato sulle coste del Mare del Nord fino all’Islanda e al Circolo Polare artico, mentre quello della volpe artica è uguale a quella del cane procione e arriva a sud fino alle coste del Mar Nero. In compenso l’areale del raro driomio è stata messo al posto di quello del più comune topo quercino e viceversa.<br />
Mi domando come mai non vi sia un controllo finale che eviti gli errori prima di mandare alle stampe questi, peraltro utilissimi, manuali.<br />
Per non parlare delle miserevoli traduzioni di testi che parlano di piante ed animali selvatici.<br />
Mi raccapricciano ancora i “tuffoli”, le “tordelle gazzine”,le “spernuzzole” e i “coditremola” che infestavano il “Falco pellegrino” di J.A. Baker pubblicato da Rizzoli nel 1979.<br />
Numerosi libri di carattere scientifico, prodotti in Italia, nascondono errori anche plateali.<br />
Tanto che è difficile aprire un’opera di questo tipo la quale non contenga al suo interno uno sconfortante foglio di errata corrige. Senza contare attribuzioni errate, specie scambiate l’una per l’altra, disegni di basso o infimo livello, anche in pubblicazioni di altissimo prezzo.<br />
               So per esperienza diretta quanto sia faticoso e stressante rivedere le bozze e controllare gli impaginati. Ma credo che sia un lavoro obbligatorio per un curatore di collana che voglia produrre opere ben fatte che durino nel tempo.<br />
La sciatteria infesta anche altri testi. Vedi ad esempio il verbo “comminare” (che significa minacciare o prevedere sanzioni) usato a tutti i livelli &#8211; anche quelli di grandi opinionisti ed editorialisti &#8211; al posto dei corretti “infliggere” o “irrogare”; o l’uso sciatto di un termine come l’orrido “eclatante” o i frequentissimi errori legati al sistema metrico decimale in cui gli ettari divengono chilometri quadrati e viceversa.<br />
D’altra parte una scuola, come quella italiana, dove agli esami il 99% degli alunni è promosso, dove è considerata con simpatia la prassi del copiare e del suggerire, dove genitori infuriati sono pronti a ricorrere alla giustizia per una bocciatura del figlio, dove impresentabili istituti privati promettono caterve di esami in pochi mesi e lauree prese con metodi discutibili, non ci si può aspettare che vengano pubblicati libri, non solo scientifici, che siano paragonabili con quelli che figurano in tutte le bibliografie d’Europa, luoghi in cui le pubblicazioni italiane spiccano purtroppo per la loro totale assenza.</p>
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		<title>Manuale del perfetto rompiscatole</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 10:59:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Chi lavora nelle associazioni di conservazione  della natura si sente spesso domandare, dai nuovi soci che non si accontentano della tessera e della rivista Panda: “Cosa posso fare, io, per dare una mano ?”.
In genere gli si risponde di frequentare la sede o l’oasi più vicina, di iscriversi ai corsi per guardie volontarie,  di reclutare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi lavora nelle associazioni di conservazione  della natura si sente spesso domandare, dai nuovi soci che non si accontentano della tessera e della rivista Panda: “Cosa posso fare, io, per dare una mano ?”.<br />
In genere gli si risponde di frequentare la sede o l’oasi più vicina, di iscriversi ai corsi per guardie volontarie,  di reclutare nuovi soci, di fare attivismo.<br />
Ma per chi volesse muoversi da battitore libero non  assoggettandosi a orari e  riunioni, manifestazioni e marce il consiglio che  posso dare è quello di  iscriversi, idealmente, alla Confraternita dei Rompiscatole Ecologici. E vi spiego cos’è.<span id="more-37"></span><br />
In molti Paesi, in cui i cittadini  mostrano un comportamento civile di un livello superiore al nostro il segreto di questo sta in una parola magica: controllo sociale. Il che significa che se qualcuno si azzarda a parcheggiare l’auto in zona vietata, subito compare qualcuno (quasi sempre una arzilla vecchietta) che lo redarguisce. Stesso trattamento da parte del pubblico è riservato a chi abbandona rifiuti, maltratta gli animali, fuma in luogo vietato, fa troppo rumore, costruisce abusivamente e via discorrendo. A differenza dell’Italia, in cui il controllo sociale si esercita al contrario avvisando con i fari le macchine che vengono in senso opposto che dietro la curva  c’è una pattuglia della Stradale, o aggredendo i poliziotti che  cercano di arrestare un mafioso, in quei paesi ogni cittadino si sente un po’ responsabile del bene comune e del rispetto delle leggi.<br />
A volte anche esagerando; ma in complesso il meccanismo del controllo sociale funziona.<br />
Un rompiscatole ecologico ha molti modi di esplicare la sua funzione di controllo sociale.<br />
Vediamo quali.</p>
<p>1. Ci sono degli ambientalisti che scelgono la strada dei mezzi di comunicazione. Nel senso che, appena possono, inviano ai giornali lettere di denuncia e protesta, intervengono nelle trasmissioni radiofoniche aperte al pubblico, rispondono a indagini demoscopiche, sollecitano interrogazioni parlamentari, inviano SMS, fax, telegrammi, ed e-mail.</p>
<p>2. Altri preferiscono l’attacco diretto: se vedono  ad esempio un cacciatore che vaga in un luogo  vietato lo affrontano  invitandolo ad andarsene; ammoniscono i gitanti che raccolgono fiori protetti, inveiscono contro motoscafisti e subacquei che infrangono le leggi, non danno strada ai motocrossisti che infestano i sentieri di montagna, redarguiscono chi accende fuochi in luoghi esposti agli incendi, criticano i saccheggiatori di lumache e bacche, fragole e funghi.</p>
<p>3. Infine, i cirenei: quelle magnifiche persone che tornano a casa con sacchi pieni di spazzatura altrui; quelli che raccolgono uccellini feriti e cani abbandonati, quelli che rialzano il cespuglio stroncato dal passaggio di un fuoristrada e quelli che mettono in opera mangiatoie e cassette nido, che espongono cartelli in difesa degli animali, che seminano ghiande senza che nessuno glielo chieda.<br />
 Dedico a questi un passo di J.L.Borges:</p>
<p>“Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.<br />
Chi è contento che sulla terra esista la musica.<br />
Chi accarezza un animale addormentato.<br />
Chi  preferisce che abbiano ragione gli altri.<br />
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto…<br />
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.</p>
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		<title>La morte ecologica</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 11:05:41 +0000</pubDate>
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In effetti, basta parlare di morte a qualcuno, che subito “fa le corna” o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei personaggi del recente best seller di Muriel  Barbery, L’eleganza del riccio,  afferma: “Gli adulti hanno un rapporto isterico con la morte, diventa un affare di stato, fanno un sacco di storie, e dire che è l’evento più banale del mondo”.<br />
In effetti, basta parlare di morte a qualcuno, che subito “fa le corna” o ci risponde (almeno a Roma) con un esplicito “Famme toccà” (cioè “fammi toccare”) accompagnando le parole una grattata di testicoli a scopo apotropaico (vulgo, scaramantico).<br />
Per tutti, la morte è il male estremo. Invece io credo che per chi si sia comportato passabilmente bene durante la vita, il termine di essa (come per uno studente che ha studiato) sia paragonabile all’esame finale che apre, se promossi, un periodo di serenità. <span id="more-35"></span><br />
Per chi credente non è, la dipartita si può assimilare al momento felice in cui, dopo una giornata di fatica, ci si addormenta in pace.<br />
Se invece si è credenti, la morte non avrebbe altro significato che la liberazione dell’anima immortale dall’involucro perituro, fonte di concupiscenza e depravazione, e inizio della “miglior vita”.<br />
Ma credo che queste mie tesi non convincano altro che me stesso. Basta vedere i paramenti violetti, i lugubri canti e le cupe cerimonie che accompagnano i funerali religiosi, i quali dovrebbero essere invece feste gioiose visto che lo scomparso è finalmente in procinto di tornare alla casa del Padre. Parliamo ora della sorte del corpo mortale dopo il decesso.<br />
La forma ecologicamente migliore per tornare alla Madre Terra  (quia pulvis est et in pulvis reverteris) sarebbe quella di essere seppelliti, senza l’ingombro e l’ostacolo della cassa da morto, in piena terra, meglio se in un bosco ove gli elementi costituenti del nostro cadavere (ossigeno 66%, carbonio 17%,m idrogeno 10%, azoto 2%, calcio 1%, fosforo 0,9%, cloro 0,14%, fluoro 0,007%, zolfo 0,2%, sodio 0,15%, potassio 0,4%, magnesio 0,05%, ferro 0,04%, iodio e manganese in tracce) possano tornare nel ciclo della natura e fertilizzare la vegetazione soprastante.<br />
Ma questo, per numerose inflessibili norme di polizia cimiteriale, è oggi vietato.<br />
E allora pensiamo alla bara.<br />
Oggi questi estremi contenitori sono dei veri divoratori di risorse. Intanto il materiale: pare che non ci sia un funerale dignitoso che non preveda sarcofagi nei più pregiati legnami, sottratti per la maggior parte alle già troppo saccheggiate foreste tropicali. Legnami, oltretutto, vista la loro destinazione, non più riutilizzabili, come perso per sempre è anche lo zinco dell’interno, un metallo che secondo gli esperti é in via di esaurimento.<br />
Date queste premesse, un funerale veramente ecologico richiederebbe casse di truciolato o di legno comune (pioppo, abete o pino), certificato FSC (Forest stewardship Council), le quali  una volta interrate, si decomponessero rapidamente.<br />
Chi non voglia finire sottoterra e consideri tristi i loculi e i geometrici “fornetti” con lapidi e foto, può scegliere la cremazione.<br />
Oggi che é finalmente consentito di spargere le ceneri dei propri cari (previa autorizzazione) nei luoghi che essi amavano, la cremazione significa risparmio di zinco (non accettato nei forni) e di uso del suolo (in 10 metri quadri possono entrare solo quattro bare ma 200 urne cinerarie).<br />
Ma anche un danno ecologico non trascurabile considerando l’uso del gasolio e i fumi che fuoriescono dalla ciminiera del crematorio.<br />
In una mia rubrica uscita nel 1986 sulla rivista La Nuova Ecologia descrivevo, per restare in argomento, il rito funebre usato dalla setta dei Parsi, di religione Zoroastriana.<br />
Questo culto orientale non tollera che le forze della natura (fuoco, acqua, suolo, aria) siano contaminate dai cadaveri. Così depongono i loro morti in cima a un’alta torre (Torre del Silenzio) e li lasciano agli uccelli rapaci &#8211; avvoltoi soprattutto, ma anche nibbi, poiane, corvi, addirittura storni &#8211; che in poche ore li distruggono completamente. La recente grave morìa di avvoltoi in India ha costretto addirittura la setta a investire 200.000 euro l’anno per l’acquisto di esemplari da addestrare all’ecologica pietosa opera. <br />
In quell’articolo suggerii, paradossalmente, di organizzare un simile trattamento in una zona della Sardegna ove vivevano (e vivono ancora) diversi avvoltoi grifoni. La proposta sollevò feroci critiche e le reprimende dei benpensanti. Ma ci fu qualcuno che mi chiese timidamente se l’ipotesi potesse essere concretizzata e se fosse possibile contribuire. Anche perché &#8211; mi diceva &#8211; meglio essere mangiati dagli uccelli che dai vermi<br />
Un’idea che può trovare, incredibilmente, dei seguaci.<br />
Ad esempio, nel gennaio 1988, l’ornitologo inglese Micky Lindbergh, vissuto in Sudafrica, si suicidò dichiarando di voler offrire il suo corpo a una locale colonia di avvoltoi che aveva da anni adottato. <br />
Per non parlare del caso (riportato dal Corriere della Sera del 23 gennaio 1987) di Lord Avebury, noto politico liberaldemocratico, il quale aveva stabilito che, una volta morto, i suoi resti fossero distribuiti tra gli ospiti del canile municipale di Battersea. “Credo che ogni cosa biodegradabile debba essere riciclata – ha spiegato il Pari d’Inghilterra – la normale sepoltura o la cremazione sono un terribile spreco”.</p>
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		<title>La buona azione quotidiana</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2009 15:37:22 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ai miei tempi una delle regole più severe e seguite dei Giovani Esploratori (i Boy Scout) era quella della “Buona Azione Quotidiana”. Tra queste la più classica (e la più dileggiata da coloro che boy- scout non erano) consisteva nel far attraversare la strada alle vecchiette. E ricordo ancora sketches televisivi divertentissimi in cui si vedevano solerti ragazzi con il cappellone, i calzoni corti e il fazzoletto al collo che insistevano a far attraversare le strade a recalcitranti vecchine che non ne avevano nessuna intenzione.<span id="more-27"></span><br />
A parte i ricordi di gioventù, la “buona azione quotidiana” mi è venuta in mente quando, girando in motorino per le strade di Roma, mi fermavo per consentire ai passanti di attraversare sulle strisce pedonali, cosa che nessuno fa, nonostante l’obbligo.  Bene: il sorriso grato, i segni di simpatia e di riconoscenza che i pedoni sulle zebre mi rivolgono in tali occasioni mi hanno commosso. Queste persone, che si vedono continuamente calpestate (e spesso non solo metaforicamente) da autisti e motociclisti, sono ormai tanto umiliati da considerare una buona azione quella che è invece un loro sacrosanto diritto.<br />
Ora chi si considera un vero ecologista (cioè tollerante, compassionevole, servizievole e solidale con tutti, uomini, animali e piante) dovrebbe adottare la regola d’oro dei Giovani Esploratori: la buona azione. E non limitarla solo a quella, diffusissima, di segnalare col lampeggiare dei fari la presenza di una pattuglia della polizia stradale dopo la curva (questa non si chiama buona azione ma vergognosa omertà).<br />
Le occasioni sono tantissime. Ve n’elenco qualcuna:<br />
Se non avete fretta, lasciate il posto nella coda a qualcuno che ha più fretta di voi; in montagna o al mare raccogliete i rifiuti che non vi competono; in campagna chiudete i cancelli che altri han lasciato aperti, raddrizzate il ramo o l’arbusto che altri hanno piegato; togliete dall’asfalto il gatto morto e deponetelo in un luogo ove possa essere raccolto e non diventare una frittella calpestata da migliaia di ruote.<br />
Altre buone azioni si possono mettere in atto favorendo il riposo notturno. Perché, con l’estate che si fa sempre più torrida, poter dormire sta diventando difficile. Un po’ ridotta (mi sembra) l’orgia degli antifurto che fino a pochi anni fa imperversava con ululati, sibili e fischi, il loro posto é stato assunto dai cani. A tutte le ore del giorno e della notte tenori e soprani canini si esibiscono: profondi e inutili latrati a scadenza regolare di grandi cani chiusi in angusti terrazzini; abbai isterici e ininterrotti di piccoli cani alienati; risse di cani maschi repressi…tutto contribuisce a mettere a dura prova i nervi già irritati dalla calura. Un maggior controllo di questi amici dell’uomo sarebbe già una buona azione.<br />
Ma i problemi maggiori nascono dal cosiddetto “popolo della notte”. Persone che di giorno non credo lavorino, affollano piazze e viali con i loro berci, con i richiami, le urla gutturali, le sgasate dei motori e lo sbattimento degli sportelli. Quando poi non vengono organizzati veri e propri pubblici concerti notturni come quelli che impediscono il sonno ai degenti dell’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina di Roma.<br />
In fine, il moltiplicarsi di giochi pirotecnici. Incuranti delle esplosioni nelle fabbriche di fuochi artificiali che colpiscono il Sud Italia, molti Comuni organizzano spettacoli rumorosi e fastidiosi, forse affascinanti per chi ammira le cascate di scintille colorate ma insopportabili per chi, come il sottoscritto, ha la sventura di abitare sopra uno spazio pubblico adibito a questi divertimenti e viene svegliato almeno due notti alla settimana dall’infuriare di razzi, bomboni, e altri ordigni esplosivi concepiti in molti casi solo per fare rumore. Un po’ come avviene nelle sagre di paese, soprattutto nel Meridione, nelle quali, anche in pieno giorno, ci si bea di orrendi boati e deflagrazioni spaventose, prodotti, ci spiegano i sempre informati  etnosociologi, a scopi apotropaici per allontanare, come facevano il loro padri cavernicoli, gli influssi malefici.<br />
Un bel progresso.</p>
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		<title>Trasgressione</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2009 15:31:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Com’è bella la trasgressione! In un mondo, soprattutto nel nostro felice Paese, così ordinato, così ligio alle regole, così omologato e grigio, poter ogni tanto trasgredire alle norme porterebbe un vero soffio di vitalità e di allegrezza.
Ci sono dei tipi di trasgressione che danno veramente sapore alla vita. Pensate ad esempio, all’abbigliamento. In un panorama [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Com’è bella la trasgressione! In un mondo, soprattutto nel nostro felice Paese, così ordinato, così ligio alle regole, così omologato e grigio, poter ogni tanto trasgredire alle norme porterebbe un vero soffio di vitalità e di allegrezza.<br />
Ci sono dei tipi di trasgressione che danno veramente sapore alla vita. Pensate ad esempio, all’abbigliamento. In un panorama intristito da masse di persone in doppio petto scuro, con tetre cravatte e scarpe nere che affollano metropolitane e piazze, stadi e discoteche, la scelta trasgressiva dello stilista che ha inventato il marchio Diesel, ci conforta e ci esalta come una felice novità.<span id="more-25"></span><br />
Sentite. “In azienda quasi tutti lo chiamano Renzo e vestono come se mai avessero visto un abito formale o, tragedia, un tailleur: jeans consunti e stivali, canotte una sull’altra, microgonne spericolate, bermuda flosci”. L’uomo, Renzo Rosso, narra di aver portato la cravatta solo tre volte nella vita: prima comunione, matrimonio, festa dei quarant’anni (la quarta, stando a questo ritmo, sarà sul letto di morte, speriamo tra cent’anni). Nemmeno per i pranzi in Mediobanca (ha confidato ad una rivista femminile) ha mai indossato qualcosa di diverso da maglietta e jeans. E, infischiandosene di quanto scriveva quel conformista di Pier Paolo Pasolini &#8211; che definiva questi splendidi e trasgressivi pantaloni “un feticcio dell’omologazione di massa” – ha dichiarato “Li ho messi anche per andare al Quirinale &#8211; (immaginiamo lo sconcerto dei corazzieri, n.d.r.)- e Montezemolo, che era presente, fece segno di ok”. Un comportamento davvero intrepido (sostenuto inaspettatamente da un autentico arbiter elegantiarum come il presidente della Fiat) che sicuramente contribuirà alla diffusione di questo raffinato e ancora poco noto indumento, di cui, ha confessato, possiede almeno un centinaio di capi.<br />
 Così anche l’idea di decorarsi con tatuaggi e rivetti metallici avvitati in tante parti del corpo come ad esempio i glutei o i monti di Venere (i quali si presentano ancora per la maggior parte malinconicamente privi di questi fantastici e trasgressivi ornamenti) rappresenta una provocazione che non mancherà di troverà seguaci tra i giovani, ancora purtroppo legati a schemi di comportamento senza fantasia e inventiva.<br />
E come non plaudire alla trasgressione che molti artisti di strada, nelle compiacenti ore notturne, operano contro il grigiore di palazzi, monumenti, chiese e mezzi pubblici?<br />
Anche qui si spera che tali stupende firme, affreschi e motti, tracciati ancora sporadicamente in poche località da intrepidi writer, trionfino apportando una ventata d’immaginazione e di bellezza nelle nostre città oppresse da un inaccettabile lindore.<br />
Altra trasgressione che non si può non salutare con gioia, è infine quella legata a tutta una serie di allegri comportamenti come le espressioni di vitalità giovanile che si realizzano nell’infrangere con lanci gioiosi le bottiglie di birra sugli squallidi marciapiedi dei centri storici, nella distruzione di panchine e lampioni, pensiline e vagoni di autobus, treni e metropolitane, considerati simboli di un’ inaccettabile omologazione di massa, nemica del bello e della novità.</p>
<p>Dopo questa ironica e paradossale apertura, passiamo alle cose serie.<br />
Io sono convinto che il degrado crescente del nostro habitat (soprattutto quello urbano) sia legato a  mode e comportamenti che spesso partono proprio dall’abbigliamento. Ci sono individui, non certamente indigenti, i quali si beano nell’indossare pantaloni sdruciti e rovinati a bella posta (addirittura in fabbrica !) e costosissime felpe e giubbotti &#8211; firmati da furbi stilisti &#8211; che un autentico barbone si rifiuterebbe di toccare. La saggia protagonista del recente best seller “L’eleganza del riccio” dice a questo proposito “se c’è una cosa che proprio non sopporto è questa perversione dei ricchi di vestirsi come poveri”.<br />
Come si può pensare che questi personaggi possano astenersi dal trasferire il loro amore per il brutto e lo squallore in tutto ciò (monumenti, palazzi, parchi) che li circonda?<br />
E non parlo del fatto, ancora più deprimente, che esistono persone in vista che non esitano a difendere i “graffiti” (e magari anche le incisioni sui vetri dei mezzi pubblici, i sedili imbrattati e rovinati, i cartelli stradali coperti d’ignobili autoadesivi) in nome di una ormai stantia e superata ammirazione della creatività degli artisti della bomboletta e del pennarello, rendendosi complici di un inaccettabile vandalismo.<br />
Credo che una ‘trasgressione’, questa volta meno aggressiva, potrebbe essere quella di iniziare, (soprattutto i giovani, portatori e vittime di mode istigate da abili e spregiudicati stilisti e discografici) ad un rifiuto del brutto, del trasandato, dello sciatto, del fastidioso, ad iniziare dall’abbigliamento &#8211; che potrebbe diventare, “trasgressivamente”, decoroso e  tranquillo &#8211; per finire con la musica.<br />
 Non propongo, ci mancherebbe, di suonare nei supermercati e nelle metropolitane Wagner o Strawinsky,  ma sicuramente Mozart e Vivaldi i quali &#8211; oltre a rasserenare gli animi (lo si è visto negli allevamenti ove al suono del clavicembalo e  del flauto mucche e galline producono di più) -  non assillerebbero, come le musiche “di batteria”, le orecchie di chi non ama i rumori, come definiva la musica  moderna il padre del protagonista del romanzo di Enrico Brizzi “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.</p>
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