intervista a Fulco Pratesi su “la repubblica” del 30 ottobre 2016

4 novembre 2016 - Categoria: Senza categoria

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Fulco Pratesi: “Volevo essere un grande cacciatore. Un’orsa mi fece cambiare idea”

Dall’infanzia in campagna all’amore per l’Africa, dal Wwf all’incontro con Cederna. Il naturalista racconta una vita in difesa dell’ambiente

di ANTONIO GNOLI

Ci sono nature pacificate con il proprio Io. Danno un’impressione di sazietà mentale e fisica. Verrebbe voglia di invidiarle per il modo assertivo e onesto con cui hanno affrontato la vita. In un mondo che non sempre ha accettato le loro idee. Ma le ha tollerate come si tollera qualcosa a volte di fastidioso o di innocuo.

Accorti, propositivi, lungimiranti hanno vissuto le stagioni dell’amore e dell’odio con la tiepidezza degli esseri ragionevoli: con la tenacia di essere al mondo e di potergli resistere, quando è il momento. Mi chiedo in che misura Fulco Pratesi corrisponda all’immagine che mi sono fatto del buon ecologista. Cioè di quella figura, un tempo rara, che ha abitato e abita in un paese come il nostro. E la risposta non può che essere approssimativa. Si tratta di capire se per difetto o per eccesso. Pratesi mi guarda seduto compostamente nel salotto della bella casa romana, ai Parioli.
Veste con colori autunnali. Pronto per partire per la campagna: 240 ettari, precisa, che lui e i sei fratelli hanno ereditato, messo a frutto e reso oasi protetta. Che si vuole di meglio, di più dalla vita?

Mi sembra un uomo soddisfatto.
“Sento di esserlo. In più di un’occasione ripenso a cos’era questo paese e a quanto cammino abbiamo fatto, quante battaglie combattute e alla fine il senso è sempre lo stesso: potevamo fare di più, è vero. Ma potevamo anche fare molto meno”.

Da dove le deriva questo equilibrio diciamo psicofisico?
“Non lo so. Ormoni, neuroni, combinazioni chimiche, impasto di ottimismo e realtà. Tradizione familiare. Non ho nevrosi particolari. Anche quando finii col fare architettura, mentre avrei preferito iscrivermi a scienze naturali, non lo vissi come un dramma”.

Chi l’ha obbligata?
“Finito il liceo dissi a mio padre: vorrei diventare un naturalista. Vuoi fare la fame, mi rispose. Pretese che mi iscrivessi a ingegneria: architettura fu, alla fine, un buon compromesso”.

Il desiderio di capire l’ambiente da dove nasceva?
“Era qualcosa che mi trascinavo fin da piccolo. Agli occhi di un ragazzo come me, che durante la guerra visse in campagna da sfollato, l’immagine prevalente era di un mondo intatto e selvaggio da scoprire. Per questo quando i miei amici ormai diciottenni si recavano nell’Europa del Nord, con l’idea di fare strage tra le bionde svedesi e norvegesi, io preferii l’Africa. Per me, lettore di Salgari e Hemingway, fu il sogno da realizzare”.

Un sogno letterario.
“Tra le prerogative della letteratura c’è anche quella di spingerti a fare cose impensabili. Ricordo che partii con un cargo che trasferiva soldati italiani in Somalia. Partimmo da Napoli navigando per 35 giorni, su quella carretta spinta da vecchi motori”.

Tutto andò liscio?
“Fino a quando non fummo investiti da un fortunale terribile. La nave non riusciva ad andare né avanti né indietro. In uno dei porti intermedi era stata imbarcato un nutrito gruppo di pellegrini musulmani diretti alla Mecca. Pregarono per tutto il giorno e la notte. Fu uno strazio ascoltare i loro lamenti. La tempesta durò un paio di giorni poi finalmente sbarcammo a Mombasa sulla costa del Kenya”.

Mombasa evocava Hemingway.
“Era il luogo dove aveva fatto il suo primo safari nel 1933. Nella mia testa immaginavo di diventare un grande cacciatore. Non sapevo a quale malinconica crudeltà andavo incontro”.

Non sapeva cosa esattamente?
“Non avevo valutato le conseguenze della mia passione smodata per la caccia. Affittammo con un amico dei vecchi fucili. Una guida ci condusse nei posti dove era possibile cacciare il bufalo e il leone”.

Bisognava avere una qualche esperienza.
“C’era un’incoscienza giovanile, unita all’idea che bastasse sparare per circondarsi di trofei. Era il 1954. Passammo dal Kenya alla Somalia. Poi arrivammo nel Congo Belga, in Angola e Camerun. Avevo vent’anni. La cosa che mi stupì è che per uccidere gli animali della savana bisognava tenere conto del tariffario”.

L'”omicidio” aveva un prezzo.
“L’uccisione di un leone costava 140 dollari, nel prezzo erano compresi tre bufali e varie antilopi e gazzelle ; per un rinoceronte si pagava 42 dollari, lo stesso prezzo per una giraffa. Capisco che era allucinante. Ma era la prima volta che visitavo l’Africa. Ci tornai un paio d’anni dopo, viaggiando con una bananiera. Con un amico risalimmo il fiume Congo. Vedemmo mercati lungo le acque del fiume, tribù e stregoni. Vagammo tra le colline aride.
Incrociammo gente di tutti i tipi. Fu qualcosa di irripetibile”.

Quando ha smesso di sparare agli animali?
“Penso che appartenga alla natura umana la possibilità di cambiare”.

Vuole dire di redimersi?
“Anche. Per me fu una specie di conversione. Accadde durante un mio viaggio in Anatolia. Ero a caccia di orsi nella foresta. Improvvisamente mi apparve la grande orsa con i suoi tre piccoli che le saltellavano festosi intorno. La madre si alzò minacciosa. Aveva fiutato il pericolo. Ero, non impaurito, ma stregato da quella visione. In quel momento compresi che non avrei mai più potuto uccidere un animale”.

Che anno era?
“Mi pare fosse il 1963. Il viaggio era stato faticoso. Lo feci con la Cinquecento e attraversando prima l’Italia e poi la Grecia e la Turchia con dei fetidi traghetti. Stanchissimo tornai a Roma. Alla mia professione. Sentivo che quel lavoro mi stava stretto. Avevo quasi trent’anni. Ero un cacciatore pentito e un architetto insoddisfatto”.

Fu così che si rivolse al Wwf?
“Quell’associazione in Italia non esisteva. La fondammo noi esattamente cinquant’anni fa”.

Come avvenne?
“Ero iscritto dal 1956 a Italia Nostra, un’associazione presieduta da Giorgio Bassani, con una serie di donne importanti che facevano da contorno”.

Le famose “contesse”.
“Così, ironicamente, erano state battezzate. Tra queste spiccava per determinazione Giulia Maria Crespi, fu lei che nel 1967 mi incaricò di redigere un piano di riassetto del Parco Nazionale d’Abbruzzo. Mi aiutarono urbanisti, come Italo Insolera, architetti, zoologi, botanici, economisti. Elaborammo un progetto di difesa e conservazione del parco che sarebbe diventato un modello per incarichi futuri”.

Erano anni in cui la politica si disinteressava dell’ambiente.
“Totalmente e in tutte le sue componenti. Non avevamo mezzi, soldi, appoggi. Potevamo contare soltanto sulla buona volontà di qualche singolo e sul nostro entusiasmo. Un momento particolarmente gratificante fu quando il principe Filippo d’Edimburgo, consorte delle Regina Elisabetta, venne in Italia e noi lo invitammo a visitare il Parco sperando di avere da lui un sostengo internazionale”.

Come fu l’incontro?
“Intanto c’è da dire che giunse senza seguito, solo con il suo segretario e si adattò perfettamente alloggiando in un modesto albergo di Pescasseroli. La mattina dopo visitammo il Parco, salendo sulle sue alture ad ammirare gli orsi. Ricordo che il principe estrasse da una tasca una piccola Minox e cominciò a fotografare. Mi colpì che la macchina fotografica fosse d’oro massiccio”.

Noblesse oblige.
“Era la sola nota, diciamo, pittoresca, in un uomo di una semplicità e una discrezione uniche”.

Non è che le cronache mondane l’abbiano mai descritto come un signore particolarmente interessante. Più un gaffeur che un uomo con responsabilità istituzionali.
“Non mi ha mai dato l’impressione di un uomo di corte. Gli piace di tanto in tanto sfottere chi incontra. Lo fa con intelligenza. Dall’alto del suo rango. Nel suo caso, mi verrebbe da rovesciare la frase attribuita a Virginia Woolf: dietro ogni grande donna c’è a volte un grande uomo”.

Chi c’è stato dietro di lei?
“Due persone hanno significato molto nella mia vita: Giorgio Bassani per il suo impegno, devo dire raro nel mondo letterario, e Antonio Cederna, per me un padre e un maestro spirituale. Se l’Italia non è del tutto sprofondata lo si deve a uomini come loro”.

Diceva che gli scrittori non amano la natura. È così?
“Guardi, è un’impressione: ma penso che gli scrittori italiani siano in larga parte ossessionati da storie familiari e urbane. Della natura se ne fottono. C’è qualche eccezione. Forse la più sorprendente fu D’Annunzio. La sua anima sapeva entrare miracolosamente in sintonia con un moscerino o un bosco intero. Vedo poco altro in giro: Mauro Corona, Mario Rigoni Stern, Vincenzo Pardini e poi non so. La verità è, che non essendoci nessuna stima, nessuna educazione nei riguardi della natura non c’è neppure una tradizione letteraria”.

Lei ha scritto anche dei romanzi.
“Uno di un certo successo, col quale forse volevo inconsciamente riempire quel vuoto letterario. Alludo al mio I cavalieri della grande laguna. È la storia di un uccello che nidificava in Italia fino ai primi del Novecento, poi sparì ed è tornato a nidificare qualche anno fa nella laguna di Orbetello”.

Le foto d’ordinanza la ritraggono sempre con qualche animaletto tra le braccia.
“Lo trova banale?”

È come se un salumiere si facesse fotografare con un prosciutto. Il suo odora un po’ di buonismo animale.
“Converrà che non vedrà mai un salumiere con un maialino al guinzaglio o su una spalla. Voglio dire che il contesto decide di una scena. Rivela il messaggio. Che c’è di strano a voler essere buono con gli animali? E poi non userei la parola “buono””.

Quale userebbe?
“Parlerei di diritti e li estenderei anche alle piante. Non dimentichiamo che ci sono da prima che l’uomo comparisse sulla terra”.

Quando dice “diritti” comprende anche il conflitto con i diritti umani?
“Che cosa intende?”

Roma tra le tante piaghe ha anche quella dei gabbiani. Ormai dominano il cielo e la terra della capitale. C’è il loro diritto e il nostro.
“Un po’ mi sento responsabile”.

Nel senso?
“Circa trent’anni fa mi portarono una gabbianella ferita. La curammo e poi la demmo allo zoo di Roma. Fu sistemata nei pressi di una vasca di otarie, crebbe nutrendosi di sardine e alla fine si accoppiò con un maschio selvatico. Dopo qualche tempo la coppia sloggiò dallo zoo e nidificò altrove. Nel giro di qualche anno diede vita a una numerosa colonia di gabbiani “.

Sono diventati aggressivi.
“Sono dei predatori”.

Si sente responsabile?
“Che le devo dire? Nessuno poteva immaginare la loro crescita. Mi dicono che sono all’incirca quaranta mila. Però non ne farei il capro espiatorio. Roma è stata un paradiso oggi è un inferno. I gabbiani proliferano anche grazie all’abbandono dei rifiuti, all’invasione dei topi. Al senso di degrado generale in cui versa la città. Mi fa sperare il fatto che proprio qui, accanto a dove abito, sia tornato il falco pellegrino”.

Una buona notizia. Si è accasato ai Parioli mica a Tor Bella Monaca. Che cosa significa nascere con i privilegi?
“Provo un certo rimorso per le diseguaglianze ma non è una colpa nascere ricco, con un padre costruttore. È una colpa non provare a onorare il debito che abbiamo verso la comunità “.

Lei come l’ha onorato?
“Proteggendo l’ambiente e donando a questo paese specie animali che erano fuggite o in via di estinzione”.

Si sente un uomo d’azione?
“Il fare è stato sempre fondamentale nella mia vita. La natura mi ha concesso l’opportuni-tà di verificarlo. Oltretutto, scoprii da giovane di avere un certo talento per il disegno. Ancora oggi, che sono vecchio, continuo a disegnare e a riempire taccuini come fossi un antico esploratore del Settecento”.

La sua vecchiaia la preoccupa?
“Non più di tanto. La mia vita è stata bella e la morte non mi può fare paura. Sono convinto che dopo ci sarà un posto migliore”.

Come se lo immagina? Non mi risponda come un’oasi.
“Ogni tanto penso a un mondo dove non ci sono file, non c’è traffico, non c’è smog. Poi penso, mamma mia che noia! La verità è che non riesco a immaginare un paradiso per l’eternità. Sarebbe terrificante. No? Piuttosto sognerei un posto di passaggio, dove lentamente, nel giro di qualche secolo, ci estinguiamo diventando tutt’uno con l’universo”.

Poi si sveglia e che fa?
“Ci si ridimensiona. Ho i miei acciacchi: artrite, una forma di enfisema che scoprii drammaticamente sul lago Titicaca, in Perù a 3500 metri di

 

altitudine. Mi diagnosticarono un edema polmonare e so che non posso salire oltre gli 800 metri. So ad esempio che non posso più arrampicarmi sul Parco d’Abbruzzo che ho contribuito a salvare. É il più bel parco d’Europa. Forse il vero paradiso è lì”.

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