Uccelli romani poco amati

12 settembre 2012 - Categoria: Natura in città

Negli ultimi tempi si moltiplicano gli allarmi e le proteste riguardanti gli uccelli che vivono da immigrati nella nostra città. Ormai consolidato l’odio per gli storni, esecrati imbrattatori delle vie cittadine, ora  è la volta di volatili più consistenti.  C’è chi si è sentito aggredito da un falchetto piombato sulla sua finestra (fortunatamente chiusa) e sostiene di aver assistito alla persecuzione dei suddetti rapaci ai danni dei poveri gabbiani.

Altri invece temono proprio i gabbiani reali i quali, nidificando sui tetti cittadini, difendono con innocue “picchiate” la loro prole. Inoltre sono stati visti prendersela con i piccioni,  saccheggiandone i nidi. L’unico uccello che negli ultimi decenni avrebbe potuto causare qualche danno a un cittadino romano fu una povera aquila reale che negli anni 60 dello scorso secolo ebbe la cattiva idea di  posarsi sugli alberi dei giardini del Quirinale, sede del Presidente della Repubblica. Un prefetto addetto ai palazzi, dimenticando le tradizioni e i miti legati a tale araldico uccello e temendo per l’incolumità del Capo dello Stato, pensò bene di far fuori, con due precisi colpi di fucile, l’incauto visitatore, le cui spoglie sono oggi conservate in una stanza del palazzo. Le cornacchie grigie, del tutto assenti (come del resto i gabbiani) fino a una quarantina d’anni fa a Roma, si sono fatte disinvolte e ingaggiano risse chiassose con i gabbiani, con i quali però dividono il compito (apprezzato dai curatori dei monumenti e dei palazzi) di contenere l’eccessiva proliferazione dei piccioni, che in altre città (Venezia, Firenze, Milano) costituiscono con le loro corrosive deiezioni un problema per sculture e cornicioni. Ma fortunatamente accanto a detrattori intolleranti, ci sono cittadini che invece godono della vista di questi clandestini.

Un mio amico sopporta, ad esempio, che sul suo terrazzo uno scaltro gabbiano reale si approfitti del mangime del gatto di casa, il quale assiste perplesso allo scippo. Altri gabbiani sono divenuti  habitué di cassonetti e discariche, provvedendo a mineralizzare, digerendoli, rifiuti organici potenzialmente pericolosi (come del resto fanno gli odiatissimi ratti). Le cornacchie grigie, oltre a consumare anch’esse resti alimentari, hanno però la cattiva abitudine di predare nidiacei di uccelli granivori che, a differenza degli insettivori, nidificano all’aperto e non in cavità. Ed è per questo che verdoni, cardellini, verzellini e fringuelli sono divenuti sempre più rari nei giardini e nei parchi urbani. Già mi aspetto le prossime proteste sulla presenza in città di due o tre coppie del raro e velocissimo falco pellegrino (che sarà accusato di predare piccioni).

Così c’è già chi critica che due pappagallini tropicali – il sudamericano parrocchetto monaco e il parrocchetto dal collare originario di India e Africa – abbiano invaso il verde cittadino e disturbino con i loro schiamazzi. In più il parrocchetto dal collare è malvisto perché  usurpa il nido degli storni nei tronchi  degli alberi, nidi peraltro scavati da altri “clandestini”(però autoctoni) come il picchio rosso maggiore e il picchio verde.

L’importante è, In definitiva, usare tolleranza e solidarietà anche per questi immigrati clandestini con le ali. Ricordiamoci che siamo stati noi ad avere invaso il loro territorio, distruggendone l’ habitat naturale,  non essi il nostro. E che le specie esotiche sono vittima di introduzioni abusive e del riscaldamento globale, da noi provocato, che li porta a colonizzare ambienti un tempo ad esse preclusi.

Teniamone conto.

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