Maledetto drink (vogliamo parlarne?)

18 marzo 2012 - Categoria: Senza categoria

Mi capita spesso la sera, vagabondando per i canali televisivi, di imbattermi (e gustare) film antichi, anche in bianco e nero. Quello che mi stupisce sempre in queste vecchie pellicole, è l’ossessiva presenza del fumo. Tutti, uomini e donne, vecchi e ragazzi, se ne stanno continuamente con la sigaretta in bocca. Con aria provocatoria le attrici, con piglio virile gli attori, inalberano il tubetto velenoso come un accessorio indispensabile al loro aplomb e alla loro vacillante sicurezza. E i grandi e disonesti produttori di tabacco pagavano cifre da capogiro agli attori disposti a comparire con la sigaretta in bocca. Sylvester Stallone si prese 500 mila dollari per fumare in cinque suoi film e Paul Newman (proprio lui!) ebbe un’ auto da 42.000 dollari per fumare nel film Harry & Son. Accanto  a quest’orgia tabagistica si notava, soprattutto nei filmati di origine angloamericana, anche il continuo ricorso agli alcolici. Ora (a parte risibili marchette di cinematografari in difficoltà economiche che ancora ci ammanniscono (con la scusa di ricreare atmosfere d’antan) scene di fumatori) nei film più seri e impegnati – vedi ad esempio il bellissimo “Social Network”in cui non compare una sola sigaretta – il fumo è praticamente bandito. Ma per gli alcolici l’ondata compulsiva infuria senza tregua. Così come, con l’invenzione del cinematografo e poi della televisione, le multinazionali del tabacco ebbero buon gioco, spendendo miliardi, nel creare schiere di candidati all’infarto e al cancro polmonare esibendo la sigaretta come simbolo di modernità e progresso (e difendendosi con laute elargizioni di denaro nei processi), adesso l’affare si è trasferito sull’alcol. Nei film italiani forse meno, ma sulle scene di pellicole straniere, soprattutto inglesi e americane, il drink impazza. E’ quasi impossibile che due persone s’incontrino tornando  a casa, in riunioni d’affari, in frementi pomiciate o in tavoli da gioco senza che compaia il bicchiere di whisky o di gin, il cocktail di aperitivo e di fine pasto, la bottiglia di vino o il boccale di birra, complementi considerati necessari e indispensabili per ogni relazione umana, dal cowboy alla squillo, dalla madre di famiglia al giocatore di baseball, dal romanziere al pescatore. In un recentissimo film inglese (“Another Year” peraltro noiosissimo, ancorchè omaggiato dalla critica), i protagonisti, tutti, sembrano candidati ai corsi di recupero degli Alcolisti Anonimi.  Gl’incontri si fanno solo “per bere qualcosa”, e non c’è momento in cui non tengano in mano bicchieri di vino, lattine di birra e non parlino di sbornie, esibendosi spesso (e si tratta di persone di media borghesia londinese e non di scaricatori di porto)  in misere esibizioni di ubriachezza. Questa subdola e strisciante propaganda sta alla base dell’incremento orribile dell’uso degli alcolici nei giovani e nei ragazzi, veicolato dall’equivoco termine “Happiy Hour” (ora felice per avvelenarsi). Poi ce ne accorgeremo e, come per il fumo, correremo troppo in ritardo ai ripari. Si è passati dal falsamente innocuo pezzo di pane imbevuto di vino dato ai bambini – (“fa buon sangue” ridevano scioccamente i genitori e i nonni) che sta alla base di tanto alcolismo nell’Italia del nord – al subdolo veicolo di bevande per ragazzi in cui il velenoso liquido è camuffato sotto succhi di frutta o innocenti beveraggi. I dati parlano chiaro. 14 anni è l’età media del primo contatto con l’alcol, 54% i casi in cui il primo contatto avviene in famiglia, 20% i ragazzi tra i 13 e 24 anni che han fatto esperienza di  “Binge drinking” fino a perdere i sensi, 9 milioni gli italiani con problemi di dipendenza dall’alcol, 25%  delle morti di giovani in Europa riconducibili all’alcol. Senza tener conto degli incidenti stradali, degli uxoricidi, delle risse mortali, dei danni neuropsichiatrici irreversibili, delle cirrosi e via discorrendo, addebitabili al “cicchetto”, al “goccetto”, al “drink”così ben reclamizzato sugli schermi. Schermi ormai fortunatamente quasi del tutto preclusi alle sigarette e non ancora aperti ai tristi riti della “canna”, dello “spinello” e di altre porcherie sicuramente dannose, soprattutto per i giovani, vittime incoscienti  degli immensi  guadagni lucrati sulla loro pelle.

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One Response to “Maledetto drink (vogliamo parlarne?)”

  1. Sono una madre di due adolescenti ed il fenomeno che lei giustamente descrive è sempre più diffuso. Stimandola per il suo bellissimo lavoro che ha fatto nella sua vita a difesa dell’ambiente, le scrivo per sapere se ugualmente si riuscirà a cambiare la tendenza dell’uomo che si sta sempre di più animalizzando.

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